Come addetti ai lavori nel mondo dell’innovazione, viviamo costantemente immersi in un ecosistema saturo di buzzwords. Negli ultimi tre anni, l’Intelligenza Artificiale Generativa ha monopolizzato le nostre agende, i nostri budget e le nostre speculazioni strategiche. Eppure, superato il picco delle tante aspettative, siamo ora nella fase più complessa e affascinante: quella della “messa a terra”, della regolamentazione e, soprattutto, della riflessione etica.
Durante l’evento “L’Intelligenza Artificiale e l’impatto degli algoritmi sulle imprese e i professionisti” promosso da Polisophia, una community neonata ma già profondamente incisiva, dedicata all’innovazione responsabile, ho avuto modo di seguire un confronto di alto profilo, tipico di chi ha il compito di tradurre la tecnologia in un valore reale per le imprese e per la società.
Una densa mattinata di lavori durante la quale è stata fatta un’analisi lucida, a tratti anche cruda, delle sfide che ci attendono e che ho deciso di raccogliere e rielaborare in questo articolo per condividere gli spunti più profondi emersi dai vari panel, perché penso che traccino una rotta ineludibile per chiunque, oggi, abbia l’onere di guidare la trasformazione digitale all’interno delle organizzazioni.
LA CORNICE FILOSOFICA: IL RITORNO ALL’UMANESIMO TECNOLOGICO
L’apertura dei lavori ha subito chiarito il perimetro del dibattito. L’Intelligenza Artificiale non è semplicemente una nuova tecnologia da adottare, ma rappresenta una delle forze di trasformazione più potenti dalla nascita dell’industria moderna. Cambia i paradigmi della produzione, ridisegna l’organizzazione del lavoro e muta intimamente i nostri processi decisionali. In questo contesto, il rischio più grande, soprattutto per il tessuto delle nostre PMI, è quello di subire l’innovazione anziché governarla.
È qui che si innesta la visione di Polisophia, mirabilmente illustrata dal suo fondatore Ruben Razzante. Il nome stesso del progetto fonde la Polis – lo spazio pubblico, la comunità, le relazioni – con la Sofia – la sapienza, il pensiero critico. L’obiettivo è ambizioso ma vitale: riportare l’essere umano al centro del progresso tecnologico. Non si tratta di un approccio luddista, tutt’altro. Si tratta di promuovere un’innovazione che non sia cieca, ma orientata al bene comune, dove l’equilibrio tra libertà e responsabilità diventi il faro progettuale di ogni nuovo algoritmo. La tecnologia deve servire l’umanità, non viceversa. E questo richiede un dialogo costante tra saperi umanistici e scientifici, un ponte tra chi scrive il codice e chi ne studia gli impatti sociologici.
LA RIVOLUZIONE NEL PHARMA: IL VALORE DEL TEMPO E LA QUALITÀ DEL DATO
Il primo affondo verticale è stato dedicato al settore farmaceutico, un comparto che, soprattutto post-pandemia, ha compreso l’urgenza di accelerare i propri processi. L’intervento di Alessandro Lattuada (qui in veste di esponente di Farmindustria) ha fornito una prospettiva illuminante su come l’AI stia letteralmente salvando vite umane attraverso l’ottimizzazione dei tempi.
Oggi viviamo un nuovo Rinascimento della ricerca: le molecole in sviluppo sono raddoppiate in dieci anni, raggiungendo quota 24.000, con investimenti globali passati da 150 a 300 miliardi. Ma il dato che mi ha colpito di più è la compressione del time-to-market. Storicamente, un farmaco impiega circa 13 anni per passare dal concept al paziente. Oggi, grazie all’AI, i tempi della fase preclinica si stanno riducendo del 40%. Inoltre, il tasso di successo dei farmaci in Fase 1 (quella sui volontari sani) è passato dal 40-60% a un impressionante 80-90% se sviluppati con il supporto dell’intelligenza artificiale.
Lattuada ha introdotto concetti che per gli addetti ai lavori sono ormai pane quotidiano, ma che applicati alla biologia assumono contorni fantascientifici: i digital twins (gemelli digitali dei pazienti su cui testare virtualmente le terapie) e i modelli predittivi. L’esempio dell’immunologo di Barcellona che, analizzando i database dei medici di base tramite algoritmi, ha scovato 80 pazienti affetti da una malattia rara, risparmiando loro dieci anni di calvari diagnostici, è la sintesi perfetta di cosa significhi “tecnologia al servizio dell’uomo”.
Tuttavia, questo potere richiede regole ferree. Gli enti regolatori come FDA ed EMA stanno imponendo standard rigorosissimi, basati su tre pilastri che ogni azienda tech dovrebbe fare propri: inclusività dei dati, trasparenza dell’algoritmo e robustezza dei sistemi. Nel pharma, il problema della “black box” (la scatola nera dell’AI in cui non si capisce come la macchina sia arrivata a una certa conclusione) è inaccettabile. Il ricercatore deve poter ricostruire il nesso logico. E qui si inserisce una riflessione organizzativa potentissima: in alcune aziende farmaceutiche, il dipartimento IT è stato spostato sotto la direzione HR. Questo è un segnale dirompente. Significa che l’AI non è più vista come un tema di server e cavi, ma come un tema di evoluzione delle competenze umane, di change management e di ridisegno delle mansioni, dove i compiti routinari vengono delegati alla macchina (il “Copilot”) per liberare il potenziale creativo del lavoratore.
L’INFRASTRUTTURA E L’ETICA: IL MOTORE INVISIBILE DELL’INNOVAZIONE
Se il software è l’anima dell’AI, l’hardware è il suo corpo, un corpo che consuma risorse immense. L’intervento di Claudio Bassoli, Presidente e Amministratore di Hewlett Packard Enterprise (HPE), ha riportato il dibattito sulla materialità dell’innovazione. Bassoli ha ricordato giustamente che l’AI non è nata ieri con ChatGPT, ma ha oltre sessant’anni di storia, sebbene solo negli ultimi tre anni, grazie alla convergenza con la connettività globale e la digitalizzazione diffusa, sia esplosa a livello consumer.
Per chi progetta ecosistemi digitali, le parole di Bassoli risuonano come un monito: l’intelligenza artificiale è un complemento, non un sostituto dell’intelligenza umana. Non possiamo delegare alla macchina la formulazione delle domande complesse.
HPE, che da oltre un decennio utilizza AI nei propri sistemi (fondamentali, ad esempio, per gestire in totale sicurezza le reti delle recenti Olimpiadi invernali), ha codificato cinque pilastri etici inviolabili: trasparenza, rispetto della dignità umana (no ai bias), accountability (la responsabilità finale deve essere sempre umana), orientamento al bene comune ed etica senza compromessi.
Ma c’è un altro tema, spesso trascurato nei salotti dell’innovazione, che Bassoli ha affrontato con grande pragmatismo: la sostenibilità energetica dell’Intelligenza Artificiale. L’addestramento dei grandi modelli linguistici e il funzionamento dei data center richiedono quantità di energia spaventose. Si stima che il digitale assorba oggi il 2,5% dell’energia globale, un dato destinato a raddoppiare al 5% nei prossimi anni a causa del trilione di dollari di investimenti previsti in infrastrutture AI. La risposta non può essere la decrescita felice, ma l’innovazione ingegneristica: server di nuova generazione che consumano il 90% in meno, sistemi di raffreddamento a liquido e, soprattutto, la circolarità dell’energia, riutilizzando il calore residuo dei data center per riscaldare intere cittadine. Questa è l’innovazione sistemica di cui abbiamo bisogno.
DALLA COMPETENZA ALLA CULTURA DIGITALE: SOPRAVVIVERE NELLA DATA-DRIVEN SOCIETY
Il passaggio logico successivo è stato affidato a Stefano Venturi, Presidente di Cefriel e Special Advisor per l’AI di Assolombarda, il cui intervento considero il vero manifesto operativo per chi si occupa di formazione e management. Venturi ci ha ricordato che viviamo in una data-driven society, una società guidata dai dati, dove il vero patrimonio di un’azienda o di un cittadino non è la tecnologia in sé, ma la capacità di accedere ai dati e interpretarli.
Siamo passati dai Big Data Analytics al Machine Learning, fino all’attuale AI Generativa, che Venturi paragona a un sottomarino che ha improvvisamente fatto emergere la testa dall’acqua, spaventando molti. Ma la vera intuizione di Venturi e che ogni HR manager dovrebbe incorniciare, è la distinzione netta tra competenze digitali e cultura digitale.
Per anni abbiamo terrorizzato i professionisti (avvocati, biologi, umanisti) dicendo loro che dovevano imparare a programmare. È un errore strategico madornale. Un biologo non deve diventare un ingegnere informatico; deve sviluppare la cultura digitale necessaria per capire quali domande porre all’AI per accelerare il proprio lavoro. Deve imparare l’arte del prompting, deve sapere come interagire con l’agente conversazionale. Se puntiamo solo sulle competenze tecniche dure, generiamo rigetto e negazione. Se puntiamo sulla cultura, insegniamo alle persone a “surfare l’onda” anziché esserne sommerse.
Venturi ha anche messo in guardia dai pericoli degli LLM (Large Language Models) aperti al pubblico. Il principio del garbage in, garbage out qui è amplificato dalle “allucinazioni” dell’AI, che pesca indistintamente da fonti autorevoli e da blog amatoriali, mischiando verità e falsità con la stessa assertività di uno studente impreparato che cerca di arrampicarsi sugli specchi durante un’interrogazione. La soluzione per le imprese è la creazione di ecosistemi di dati chiusi, puliti e proprietari. È questo lo spirito del progetto Forgia di Assolombarda, un’iniziativa strutturata per accompagnare le PMI in questo mondo attraverso la condivisione sicura dei dati, il mentoring tra imprenditori e un’Academy focalizzata proprio sull’interazione uomo-macchina.
L’IMPATTO SISTEMICO: PROFESSIONI, SCUOLA E FILOSOFIA DEL DIRITTO
L’ultima parte dell’evento ha allargato lo zoom, dimostrando come l’innovazione responsabile debba permeare ogni strato della società. Il panel dedicato alle professioni e alla formazione ha toccato nervi scoperti.
Carmelo Iannicelli, per l’Ordine degli Ingegneri, ha ribadito come la qualità del dato sia oggi il vero fondamento della responsabilità professionale. Un ingegnere che progetta un’infrastruttura basandosi su output di un’AI addestrata su dati corrotti commette un errore deontologico prima ancora che tecnico.
Non da meno è stata la testimonianza del mondo della scuola, rappresentato dai docenti Laura Rapa e Raffaele Corti. L’AI generativa sta scardinando i metodi di valutazione tradizionali. La domanda che i professori si pongono oggi non è “come impedisco ai ragazzi di usare ChatGPT?”, ma una ben più profonda crisi identitaria: “Chi sono io oggi, e che docente devo essere in questo enorme cambiamento?”. La risposta risiede nell’abbandonare il nozionismo per educare al pensiero critico, insegnando agli studenti (rappresentati sul palco da Aurora Cattaneo e Francesca Restelli) a dominare lo strumento senza diventarne succubi intellettuali.
A chiudere il cerchio, riportandoci alle radici di Polisophia, è stato l’intervento di Mario Di Giulio, partner dello studio legale Pavia e Ansaldo, autore di un saggio dal titolo geniale e provocatorio: “Computo ergo non sum”. È un ribaltamento del cogito cartesiano che suona come un allarme per la nostra civiltà. Se riduciamo l’essere umano a pura capacità computazionale, a mero elaboratore di dati, allora smettiamo di esistere come esseri pensanti, empatici e morali. L’uomo non è una macchina biologica che calcola, è un soggetto che prova dubbi, che esercita il libero arbitrio, che si assume la responsabilità morale delle proprie azioni. Delegare il calcolo alla macchina è progresso; delegare il giudizio morale e la decisione finale è abdicazione della nostra stessa umanità.
IL COMPITO DEGLI ADDETTI AI LAVORI
Dopo aver seguito questo interessante confronto, la sensazione è quella che il mondo dell’innovazione stia finalmente maturando. Abbiamo smesso di innamorarci ciecamente degli strumenti per iniziare a interrogarci sui fini.
Il compito dei professionisti del settore, oggi, è più arduo che mai. Non si tratta più soltanto di implementare software o ottimizzare processi per aumentare i margini di profitto. Siamo chiamati a essere i garanti di un’innovazione che deve rimanere antropocentrica.
È necessario assicurarci che i dati che diamo in pasto ai nostri modelli siano puliti e privi di pregiudizi. Dobbiamo spingere le nostre aziende a investire non solo in server più potenti, ma in server più sostenibili. I dipartimenti HR devono diventare i veri motori della transizione, focalizzandosi sulla cultura digitale prima ancora che sulle hard skills.
L’iniziativa di Polisophia, con la sua imminente presentazione istituzionale e la pubblicazione del volume “Il pendolo dell’Algoritmo”, dimostra che in Italia esiste un ecosistema di imprese, università e professionisti pronti a guidare questo cambiamento.
L’intelligenza artificiale è il nuovo fuoco di Prometeo: può illuminare e scaldare, accelerando la ricerca medica e ottimizzando le risorse del pianeta, oppure può bruciare il tessuto sociale, disintermediando il lavoro senza creare nuove opportunità e inquinando il dibattito pubblico con dati falsati.
La differenza tra questi due scenari non la farà la potenza dei processori, ma la solidità della nostra etica. Perché, alla fine della fiera, l’algoritmo non ha una coscienza. La responsabilità di dargliene una, o meglio, di imporgli i confini della nostra, spetta unicamente a noi.
Rosy Bucciarelli

