Chi mi conosce sa che il mio lavoro non si esaurisce nella comunicazione. Da anni alterno la consulenza strategica con l’attività didattica, tengo lezioni, faccio coaching a professionisti e aziende, e questa doppia anima mi porta a guardare con un’attenzione diversa tutto ciò che riguarda il modo in cui le persone apprendono. Quando ho letto della pubblicazione di Learn Your Way, l’esperimento di ricerca che Google ha reso disponibile su Google Labs a settembre 2025, ho avuto una di quelle reazioni che chi insegna conosce bene: un misto di entusiasmo e sana inquietudine che arriva quando capisci che qualcosa sta per cambiare. E di mezzo, guarda un po’, c’è di nuovo l’Intelligenza Artificiale.
Negli ultimi due anni abbiamo assistito a un diluvio di annunci sull’AI applicata all’educazione. La maggior parte si è rivelata molto marketing ben confezionato: chatbot generici spacciati per tutor, riassunti automatici venduti come rivoluzioni pedagogiche. Ma il lavoro che il team di Google Research ha presentato con Learn Your Way è diverso, oramai posso dirlo dopo un anno di smanettamenti, e merita un’analisi seria, perché non si limita a usare l’AI generativa come scorciatoia. Prova a ripensare il concetto stesso di materiale didattico, partendo da basi scientifiche solide e misurando i risultati.
Il problema di fondo che Learn Your Way affronta è uno di quelli che chi fa formazione sa bene. Il libro di testo, e più in generale qualsiasi materiale formativo statico, è per sua natura un oggetto pensato per tutti e quindi ottimizzato per nessuno. Quando preparo un corso per un’azienda, so che nella stessa aula troverò persone con background diversi, livelli di attenzione diversi. Il materiale che funziona benissimo per chi ragiona in modo sequenziale e analitico può risultare ostico per chi invece ha bisogno di visualizzare i concetti, e viceversa. Questo lo si sa da anni (sono laureato in Scienze della Formazione, quindi lo so davvero da tanti anni): la teoria del doppio codice di Allan Paivio che formalizzò già negli anni Settanta, ma che fino a oggi ha trovato soluzioni pratiche artigianali e/o costose. Preparare versioni multiple dello stesso contenuto, adattate a profili diversi di apprendimento richiede un investimento di tempo e risorse che nella maggior parte dei contesti è semplicemente insostenibile.
Quello che Google ha fatto con Learn Your Way è costruire un sistema che affronta questo problema su scala, usando l’Intelligenza Artificiale generativa non per sostituire il contenuto umano ma per trasformarlo in rappresentazioni multiple. Il punto di partenza è un materiale didattico esistente, tipicamente un PDF di un libro di testo. Il sistema lo prende e, attraverso una pipeline di personalizzazione, lo adatta prima al livello dello studente, poi ai suoi interessi personali. Fin qui potrebbe sembrare un esercizio di semplificazione linguistica, ma la parte davvero interessante viene dopo. Dal testo personalizzato, Learn Your Way genera una serie di formati diversi dello stesso contenuto: testo immersivo arricchito da immagini generate ad hoc e domande integrate, quiz a livello di sezione, presentazioni con slide e narrazione audio, lezioni audio sotto forma di conversazioni simulate tra un docente e uno studente, e mappe mentali che organizzano gerarchicamente i concetti. Lo studente può scegliere liberamente tra questi formati, passare dall’uno all’altro, combinarli secondo le proprie necessità.
La cosa che mi ha colpito di più è la solidità del framework pedagogico che lo sostiene. Il team di Google Research ha lavorato con LearnLM, la famiglia di modelli specificamente progettata per l’educazione e ora integrata in Gemini Pro. Non si tratta di un modello linguistico generico a cui è stato chiesto di fare il professore. È un sistema che incorpora principi di scienza dell’apprendimento nelle sue stesse fondamenta.
Ora, perché tutto questo dovrebbe interessare chi lavora nella comunicazione e nel marketing? La risposta è meno ovvia di quanto sembri, e tocca diversi piani.
Il primo è quello più immediato e riguarda la formazione interna. Chiunque gestisca team, faccia onboarding di nuovi collaboratori o debba trasferire competenze tecniche all’interno di un’organizzazione sa quanto sia frustrante la distanza tra il materiale formativo disponibile e le reali esigenze di chi deve apprendere. Le slide del corso aziendale, il manuale di procedure, il documento di strategia: sono tutti oggetti statici che funzionano per chi li ha scritti ma spesso risultano opachi per chi li riceve. L’approccio di Learn Your Way (trasformare un unico materiale sorgente in formati multipli personalizzati) è esattamente il tipo di soluzione che potrebbe cambiare radicalmente l’efficacia della formazione aziendale.
Immaginate di poter prendere il vostro piano strategico annuale e generarne automaticamente una versione narrativa per il board, una versione visuale con mappe mentali per i team operativi, una versione audio per chi preferisce ascoltare durante gli spostamenti. Non è fantascienza, è la direzione in cui ci stiamo muovendo.
Un altro aspetto, più sottile, riguarda il modo in cui pensiamo al contenuto in generale. Chi fa comunicazione per mestiere è abituato a ragionare in termini di formato: scrivo un articolo, produco un video, creo un’infografica. Sono attività distinte, ciascuna con i propri tempi e costi di produzione. Ma se l’AI generativa diventa capace di trasformare un singolo contenuto sorgente in una molteplicità di rappresentazioni mantenendo la coerenza e la qualità, allora il nostro modo di pianificare la produzione di contenuti cambia profondamente. Il valore si sposta dalla produzione del formato alla qualità del contenuto originale. Se il tuo materiale sorgente è solido, denso di informazioni verificabili e ben strutturato, l’AI può farne molte cose. Se è superficiale o mal concepito, nessuna trasformazione lo renderà efficace. È un principio che dovrebbe suonare familiare a chi ha letto il mio precedente articolo sulla recommendation economy: anche lì il punto era che la qualità del contenuto originale diventa il fattore determinante in un ecosistema mediato dall’Intelligenza Artificiale.
Un’altra nota riguarda la personalizzazione su scala. Nel coaching e nella formazione one-to-one, la personalizzazione è naturale: adatti il tuo approccio alla persona che hai di fronte, modifichi il linguaggio, scegli gli esempi più pertinenti al suo contesto. Ma quando devi formare cento persone, o mille, questa capacità di adattamento si perde quasi completamente. Learn Your Way dimostra che è possibile recuperarla attraverso l’AI, e lo fa in un modo che non è banale. La pipeline di personalizzazione non si limita a cambiare qualche parola nel testo. Riscrive gli esempi in funzione degli interessi dichiarati dallo studente, adatta il livello linguistico, e poi propaga questa personalizzazione attraverso tutte le rappresentazioni successive. Se uno studente è appassionato di musica, gli esempi che illustrano la seconda legge di Newton useranno metafore musicali. Se è appassionato di sport, le metafore saranno sportive. Sembra un dettaglio, ma chiunque abbia insegnato sa che un esempio pertinente vale più di dieci spiegazioni astratte.
Learn Your Way ha inoltre la funzione di quiz adattivi integrati nell’esperienza. Non sono test finali distaccati dal contenuto, ma verifiche inserite nel flusso dell’apprendimento che forniscono un feedback dinamico e guidano lo studente a rivedere le aree in cui ha mostrato lacune. Questo approccio, che nella letteratura pedagogica si chiama retrieval practice, è uno dei metodi più efficaci per consolidare l’apprendimento, e il fatto che sia stato integrato nativamente nel sistema dimostra una comprensione profonda di come funziona la memoria. Per chi progetta percorsi formativi per professionisti, è un promemoria importante: il momento della verifica non è separato dal momento dell’apprendimento, e gli strumenti che li fondono tendono a produrre risultati migliori.
Learn Your Way non sostituisce il docente. Non pretende di farlo. Quello che fa è amplificare l’efficacia del materiale didattico, dando allo studente strumenti per interagire con il contenuto in modi che prima erano semplicemente impossibili su scala. Il ruolo del docente, del coach, del formatore resta centrale nella progettazione dell’esperienza, nella scelta dei contenuti sorgente, nell’interpretazione dei risultati. Ma lo strumento attraverso cui il contenuto raggiunge lo studente diventa incomparabilmente più ricco e adattabile.
Per noi che lavoriamo nella comunicazione e che spesso ci troviamo anche nel ruolo di formatori, questa è una frontiera da presidiare con attenzione. Non perché dobbiamo diventare esperti di pedagogia computazionale, ma perché la capacità di creare contenuti che funzionano su formati multipli e per audience diverse sta diventando una competenza centrale del nostro mestiere. Learn Your Way è un esperimento, certo. Ma è un esperimento che indica una direzione precisa, e quella direzione è la stessa verso cui si muove l’intera industria della comunicazione: via dal contenuto statico e uniforme, verso esperienze adattive che mettono al centro chi riceve il messaggio, non chi lo produce. Chi di noi saprà capirlo per primo avrà un vantaggio competitivo difficile da colmare. Chi continuerà a ragionare in termini di formati fissi e audience indifferenziate rischia di trovarsi dalla parte sbagliata della storia.
Enzo Rimedio

