Il Diavolo veste Prada 2 e la nuova era delle partnershipIl Diavolo veste Prada 2 e la nuova era delle partnership

Nel celebre “Il Diavolo veste Prada” del 2006, rimasto nell’immaginario collettivo per le sue scene cult, c’è un momento particolarmente emblematico: Miranda Priestly, con il glaciale carisma di Meryl Streep, scopre inorridita che una delle sue assistenti “mangia carboidrati”. Quella battuta, pronunciata con una miscela di disgusto e incredulità, catturava alla perfezione l’ossessione del mondo della moda per diete estreme e privazioni. Vent’anni più tardi, con l’uscita del sequel, assistiamo a un capovolgimento totale: la pasta, un tempo bandita e demonizzata, non solo viene riabilitata, ma diventa addirittura protagonista di una delle partnership di marketing più creative legate al film.

Non è solo una questione di rivincita gastronomica o di cambiamento culturale, anche se quello c’è stato eccome. Quello che rende davvero affascinante questo seguito dal punto di vista della comunicazione è come il film sia diventato una vera e propria piattaforma di marketing integrato. In questo senso, brand, cinema e moda si intrecciano in modo così naturale da creare un ecosistema completamente nuovo. Per chi, come me, sta muovendo i primi passi nel mondo della comunicazione, casi come questi sono delle vere e proprie lezioni pratiche.

 

OLTRE IL CLASSICO PRODUCT PLACEMENT: L’APPROCCIO DI DIET COKE

Tutti conosciamo il product placement classico, una tecnica testata da decenni, ma che spesso appare artificiosa e poco credibile, pensiamo ad un attore che sorseggia una bevanda che mostra molto bene il brand oppure che sale su un’auto dal marchio inconfondibile.

Ma Diet Coke, per “Il Diavolo veste Prada 2”, ha scelto una strada diversa: ha trasformato la sua apparizione nel film in una campagna globale integrata, usando la pellicola come trampolino di lancio per una narrazione ben più articolata.

Il rapporto tra Diet Coke e l’universo fashion ha una sua storia. Fin dagli anni ’80, il marchio ha coltivato un’identità elegante e sofisticata, collaborando regolarmente con designer e figure di spicco della moda. L’opportunità di associarsi al sequel è quindi arrivata come un’evoluzione naturale di questo posizionamento. Tuttavia, anziché accontentarsi di una semplice comparsata sullo schermo, Diet Coke ha costruito un intero ecosistema narrativo parallelo al film.

Il punto di partenza è stata un’edizione speciale con un packaging ispirato all’estetica della pellicola: lattine e bottiglie dal design fashion, che riprendono le tonalità cromatiche e l’atmosfera del film. Non si tratta di un dettaglio trascurabile: il packaging si trasforma in un oggetto da collezione, qualcosa che gli appassionati desiderano possedere per portare nella propria quotidianità un frammento di quell’universo cinematografico. È una mossa che eleva un prodotto di massa a simbolo di aspirazione culturale.

Il pezzo forte della strategia è stato però lo spot ambientato proprio negli uffici di Runway, la leggendaria rivista immaginaria che fa da sfondo alla storia. Lo spot ricrea fedelmente i codici visivi del film, riproduce quell’energia caotica ma patinata della redazione, e integra Diet Coke come elemento organico di quel contesto. Per chi ha amato il primo film, i riferimenti e le citazioni sono immediatamente riconoscibili, amplificando il coinvolgimento emotivo. Non si tratta più di “una pubblicità qualunque”, ma di una scena che potrebbe benissimo far parte del film stesso.

Il lancio della campagna è avvenuto a metà marzo, diverse settimane prima dell’uscita del film prevista per maggio, con una distribuzione capillare su TV, digitale, social media e affissioni in tutta Europa. Questa scelta di anticipare i tempi è strategicamente cruciale: permette di costruire gradualmente l’attesa e stimolare le discussioni ben prima che l’hype mediatico raggiunga il picco con il debutto nelle sale. Inoltre, ogni mercato ha personalizzato le proprie attivazioni rispettando le specificità culturali locali, pur mantenendo un messaggio coerente a livello globale: il giusto equilibrio tra uniformità strategica e pertinenza territoriale.

 

PASTA GAROFALO: QUANDO CUCINA E MODA PARLANO LA STESSA LINGUA

Nel sequel, però, emerge un’alleanza quasi inaspettata: quella tra Pasta Garofalo e “Il Diavolo veste Prada 2”.

Cosa può legare un’azienda pastaia campana all’universo scintillante e patinato della moda newyorchese? Eppure, proprio questa distanza apparente ha dato vita a una delle collaborazioni più originali e azzeccate del progetto.

L’idea di base è brillante proprio per la sua linearità: moda e gastronomia sono entrambi linguaggi universali dell’eccellenza italiana. Quando si pensa all’Italia, vengono spontaneamente in mente sia le sfilate milanesi che i piatti di pasta appena scolata. Perché non mettere in dialogo queste due espressioni del nostro patrimonio culturale? Garofalo e Disney Italia hanno costruito la collaborazione intorno al concept “It’s a Matter of Taste”, un gioco linguistico perfetto perché in inglese “taste” indica tanto il gusto gastronomico quanto quello estetico e stilistico.

C’è anche una sottile componente di riscatto culturale: ricordate il pregiudizio “zero carboidrati nel mondo della moda” degli anni Duemila? Quei principi alimentari sono ormai obsoleti. La pasta non è più “il diavolo” da bandire, ma viene riconosciuta come componente di un’alimentazione equilibrata e salutare. Questo ribaltamento culturale è il cuore pulsante della campagna: la pasta può calcare il red carpet senza imbarazzo, anzi con piena legittimità.

Ed è esattamente quello che è successo alla première milanese del film, il 23 aprile 2026, dove la cucina italiana ha letteralmente condiviso il tappeto rosso con la moda. Le celebrità e gli influencer presenti (tutti rigorosamente vestiti in rosso fuoco per l’occasione) hanno assaggiato creazioni preparate da chef stellati come Niko Romito ed Ernst Knam, il tutto sotto l’insegna di Pasta Garofalo. L’evento è stato concepito come un’esperienza ibrida che fonde moda e alta cucina, in perfetta sintonia con lo spirito del film.

La campagna si è articolata in diverse fasi. Prima dell’uscita cinematografica, è stata attivata una community internazionale di content creator attraverso operazioni di seeding, presumibilmente l’invio di prodotti in edizione limitata e materiali social esclusivi per generare anticipazione. Successivamente sono stati diffusi i contenuti ufficiali sui canali del brand e del film. L’apice è stato raggiunto con la première, dove il Garofalo Corner ha offerto uno spazio dedicato per interviste flash, shooting per contenuti video brevi ed esperienze interattive con gli ospiti, tutto documentato e condiviso istantaneamente sui social network.

Tocchi creativi come il portachiavi Red Fork a forma di sandalo (che fonde simbolicamente il tacco a spillo rosso della moda con i rebbi di una forchetta) hanno reso l’esperienza indimenticabile e hanno lasciato agli ospiti VIP un ricordo concreto che continua a veicolare il messaggio anche dopo la conclusione dell’evento. E il dessert speciale creato da Ernst Knam, ispirato al film, è stato un ulteriore elemento di raffinatezza che ribadisce l’intenzione di associare il marchio a un’esperienza di lusso e innovazione.

 

CERCANDO DI CAPIRNE DI PIÙ

Per chi come me sta cercando di capire come funziona davvero la comunicazione oggi, guardando questi due casi, Diet Coke e Pasta Garofalo, emergono alcuni elementi fondamentali su come sta cambiando il rapporto tra brand e intrattenimento.

Non basta più la semplice visibilità. Il product placement classico, quello del logo inquadrato per qualche secondo, non funziona più come una volta. Diet Coke e Garofalo non si sono limitati a “comparire”: hanno costruito uno storytelling sviluppato su più canali che hanno aggiunto un significato alla loro presenza. Hanno creato contenuti, esperienze, momenti memorabili. In un’epoca in cui siamo bombardati da messaggi pubblicitari ogni secondo, la differenza tra essere notati ed essere ricordati (e magari anche amati) sta proprio nella capacità di offrire una storia vera, non una semplice inserzione.

L’autenticità e la coerenza con i valori del brand. Una partnership funziona solo se rispetta l’identità della marca e trova affinità valoriale con il contenuto. Diet Coke comunica da decenni glamour, moda e creatività individuale: inserirlo in un film ambientato nel mondo delle riviste fashion è stato quasi ovvio. Garofalo poteva sembrare una scelta più audace, ma il team creativo ha saputo trovare un ponte autentico tra cucina e moda, facendo leva sull’orgoglio italiano e sul concetto condiviso di “gusto”. Il pubblico percepisce subito quando un abbinamento è forzato o quando invece ha senso.

L’importanza del timing e della pianificazione su tutto il ciclo mediatico. I brand vincenti non si limitano al momento del lancio: pianificano la presenza prima, durante e dopo. Diet Coke ha iniziato a comunicare con largo anticipo per capitalizzare sull’hype pre-lancio. Garofalo ha sfruttato al massimo il momento live della premiere e poi l’ha prolungato nel digitale con contenuti post-evento. Per chi fa marketing questo significa orchestrare un calendario di touchpoint: prima creare aspettativa con teaser, durante massimizzare l’impatto con eventi e contenuti real-time, dopo continuare ad alimentare la conversazione.

L’approccio multi-canale ma con un messaggio unificato. Entrambe le campagne hanno toccato TV, digital, social, eventi live, packaging, out-of-home. Ma non in modo casuale: ogni touchpoint era coerente con gli altri e contribuiva a costruire un’immagine complessiva. E quando necessario, si sono adattati ai mercati locali senza perdere il filo conduttore. È quello che in gergo si chiama “glocal”: pensa globale, agisci locale.

Tutti devono guadagnarci, pubblico incluso. Le migliori operazioni di co-marketing sono quelle in cui vincono tutti, brand, produttori cinematografici e soprattutto gli spettatori. I fan di Il Diavolo veste Prada 2 hanno ottenuto contenuti extra da gustare, hanno potuto partecipare a contest, hanno vissuto un’esperienza più ricca. Non hanno percepito i brand come intrusi fastidiosi, ma come parte dello spettacolo. Questo è fondamentale nell’era dell’experience marketing: il consumatore va considerato come un ospite da intrattenere, non come un target passivo a cui “piazzare” qualcosa.

 

VERSO IL FUTURO E OLTRE

Studiando queste dinamiche, mi rendo conto che stiamo entrando in un’era in cui il contenuto non ha più etichette. Un film non è solo una storia, e un brand non è solo un prodotto: sono fili della stessa trama.

Prendiamo l’atteso ritorno de Il Diavolo veste Prada: ridurre questa operazione a un semplice sequel sarebbe un errore. È, a tutti gli effetti, un palcoscenico per un marketing moderno che osa sperimentare. Come scrittrice prestata alla comunicazione, vedo in questo un segnale potentissimo: la fine dei confini rigidi. Quando cinema, moda e lifestyle si incontrano con rispetto reciproco, la pubblicità smette di essere interruzione e diventa “momento culturale”.

Il successo non sta nel vendere a ogni costo, ma nel costruire un’esperienza memorabile dove lo spettatore non distingue più il confine tra intrattenimento e brand, perché è troppo impegnato a godersi il viaggio. Sebbene non tutti possano permettersi un blockbuster, la lezione che porto con me è che l’approccio esperienziale e la coerenza narrativa sono strumenti democratici, capaci di dare valore a qualsiasi progetto, dal più piccolo al più ambizioso.

Quello che mi colpisce di più, alla fine, è come questi brand siano riusciti a inserirsi in una conversazione culturale più ampia. Diet Coke e Garofalo non hanno solo promosso i loro prodotti: hanno partecipato attivamente al dibattito su come stanno cambiando i nostri stili di vita, il nostro rapporto con il cibo, la nostra idea di glamour. Hanno saputo cavalcare un momento culturale, il ritorno di un film cult, la rivalutazione della pasta, l’evoluzione del concetto di lusso, e renderlo proprio.

E forse, alla fine, questa è la vera lezione: il marketing migliore non interrompe le conversazioni che la gente sta già avendo, ma ne diventa parte organica. Quando ci riesci, non sei più un’azienda che vende qualcosa, ma diventi un interlocutore credibile in un dialogo culturale più grande. E questo, nel 2026, vale molto più di qualsiasi spot da 30 secondi.

 

Eleonora Rimedio