WMF 2026 Roberta Nubile

Dal palco del WMF 2026 una riflessione sul futuro dell’hospitality tra sistemi, AI e intelligenza umana. 

Lo scorso anno, dal palco del WMF, insieme a Valentina Vellucci e Davide Bertozzi, avevo parlato di relazioni.

Di come un semplice soggiorno possa trasformare un ospite nel miglior ufficio marketing di un hotel.

Di come un tag su Instagram, una recensione o una foto condivisa possano valere più di una campagna pubblicitaria.

Quest’anno, invece, ho deciso di cambiare domanda.

Anzi, di iniziare con una provocazione.

“Abbiamo rifatto il sito.”

“Abbiamo aperto TikTok.”

“Abbiamo messo l’AI.”

Perfetto. Ma l’ospite torna?

La sala ha sorriso.

Qualcuno ha riso.

Qualcuno, ne sono abbastanza sicura, ha ripensato alla riunione del lunedì mattina.

Perché il punto è proprio questo.

Nel turismo stiamo vivendo una corsa continua all’ultimo strumento.

Nuovo software.

Nuova piattaforma.

Nuova automazione.

Nuovo chatbot (A proposito, se il vostro chatbot risponde ancora “Mi dispiace, non ho capito la richiesta”, forse è arrivato il momento di fare due chiacchiere.)

Il rischio è che, presi dall’entusiasmo, ci dimentichiamo una cosa fondamentale.

Gli strumenti non fanno un sistema.

 

Troppi tool. Poco sistema.

Negli ultimi anni gli hotel hanno investito tantissimo in tecnologia.

PMS (Property Management System): il software che gestisce tutte le operazioni quotidiane dell’hotel, come prenotazioni, camere, check-in, check-out e pagamenti.

CRM (Customer Relationship Management): il software che raccoglie e utilizza le informazioni sugli ospiti per personalizzare l’esperienza, fidelizzarli e aumentare le prenotazioni dirette)

Booking engine (il sistema di prenotazione integrato nel sito web della struttura)

Channel manager (il software che sincronizza disponibilità, prezzi e restrizioni della struttura su tutti i canali di vendita online)

Marketing automation.

Social media.

AI (non serve aggiungere altro)

A volte la sensazione è che, se esce un nuovo software, qualcuno lo compri prima ancora di capire a cosa serva.

Il problema, però, non è avere tanti strumenti.

È che spesso ognuno vive una vita tutta sua.

Il PMS sa che l’ospite ha prenotato.

Il CRM sa che è già stato in struttura.

Instagram sa che ci ha scritto un messaggio in direct.

La reception sa che ama la camera al quarto piano.

Peccato che nessuno si sia preso la briga di farli parlare tra loro.

Abbiamo digitalizzato i processi, ma non sempre abbiamo collegato le informazioni

è come se avessimo “ingaggiato” gli Avengers, ma ognuno combatte per conto proprio.

Ed è qui che passa la differenza tra un hotel digitale e un hotel davvero intelligente.

I social non sono più una brochure

Per anni abbiamo usato i social come un catalogo patinato, ovvero:

Camere perfette

Colazioni impeccabili

Piscine deserte alle dieci di agosto (un mistero irrisolto).

Drone.

Altro drone.

Drone che riprende il drone.

E va bene così.

Ma oggi i social fanno un lavoro molto più interessante.

Ascoltano: ogni salvataggio, ogni commento, ogni storia in cui veniamo taggati.

Ogni contenuto racconta qualcosa, ma non solo dell’hotel. Il contenuto racconta qualcosa anche dell’ospite.

E quando un ospite pubblica spontaneamente il proprio soggiorno succede qualcosa di meraviglioso. Per qualche secondo smettiamo di essere noi il reparto marketing.

Lo diventano loro.

Ed è difficile immaginare una pubblicità più credibile di una persona che racconta quanto è stata bene.

Il CRM non è un database

È probabilmente la frase che ripeto più spesso.

E continuerò a farlo.

Perché il CRM non serve (solo) a mandare newsletter, ma serve a ricordarsi delle persone, che è molto diverso.

Serve a ricordarsi che magari un ospite preferisce una camera silenziosa, che torna ogni anno nello stesso periodo, o magari che viaggia in compagnia del suo cane.

Il CRM costruisce memoria, e l’AI prende quella memoria e la trasforma in azione.

In che modo?

Suggerisce.

Organizza.

Automatizza.

Può ad esempio proporre un upgrade, preparare un messaggio personalizzato, ricordare alla Reception un anniversario attivando di conseguenza un workflow senza che nessuno debba fare copia-incolla tra piattaforme diverse.

(Se invece state ancora esportando Excel e copiando dati da un software all’altro… nessun giudizio. Solo un piccolo invito a prendervi un caffè e ripensare il processo.)

Personalizzare non significa fare tutto a mano

C’è un equivoco che incontro spesso.

Quando si parla di personalizzazione, molti immaginano qualcosa di completamente artigianale.

Ogni ospite.

Ogni messaggio.

Ogni decisione.

Tutto costruito da zero.

Bellissimo, ma completamente insostenibile.

La vera sfida è un’altra.

Personalizzare su larga scala.

Non grazie alla memoria eroica della receptionist (che ci potrebbe anche stare), ma grazie ad un sistema progettato bene:

Cluster di ospiti.

Workflow.

Pattern comportamentali.

Template intelligenti.

La personalizzazione non nasce dall’improvvisazione.

Nasce dalla progettazione.

Nel frattempo è cambiato anche il modo in cui scegliamo un hotel

Fino a poco tempo fa scrivevamo su Google:

“Hotel business Milano Centrale.”

Oggi chiediamo a ChatGPT:

“Mi consigli un hotel tranquillo vicino alla Stazione Centrale per un viaggio di lavoro?”

Sembra una differenza sottile.

In realtà cambia tutto, perché Google mostra risultati, le AI invece formulano risposte.

Ed è qui che entra in gioco un tema destinato a diventare sempre più importante: la Generative Engine Optimization (GEO).

Non basta più essere trovati, ma bisogna essere compresi.

Le AI non leggono soltanto il nostro sito ma leggono anche recensioni, confrontano informazioni, incrociano le fonti valutando reputazione e coerenza.

Per anni abbiamo scritto per gli algoritmi.

Oggi dobbiamo imparare a organizzare le informazioni perché possano essere comprese dalle intelligenze artificiali.

Poi arriva la realtà

E poi arriva lui.

L’ospite. Con tutti gli imprevisti del caso:

Il volo è in ritardo.

La camera non è pronta.

Il bambino piange.

La valigia è rimasta a Parigi.

Il chatbot, in quel momento, probabilmente risponderà:

“Mi dispiace, non ho capito la richiesta.”

La receptionist, invece, dirà:

“Vediamo come possiamo risolvere.”

Ed è tutta qui la differenza.

L’AI gestisce processi.

Le persone gestiscono emozioni. E gli imprevisti.

Come? Improvvisando. Ma con metodo.
Nel mio caso, ad esempio, mi sono accorta che una delle esperienze che più mi ha aiutata in questo non arriva dall’hospitality bensì dalla stand-up comedy.

“ ‘NCHE SENSO?”

Sul palco impari una regola molto semplice.

Il pubblico non segue mai il copione.

E, a pensarci bene, nemmeno gli ospiti.

L’improvvisazione non significa fare le cose a caso.

Significa essere preparati abbastanza da sapere cosa fare quando il copione salta.

Ed è esattamente quello che succede ogni giorno in una reception.

Il vero KPI

Nel turismo siamo bravissimi a misurare tutto.

Click.

Reach.

Visualizzazioni.

ADR.

RevPAR.

Occupazione.

Dashboard che sembrano la cabina di pilotaggio di un Boeing.

Ma c’è una domanda che continuo a trovare molto più interessante.

L’ospite torna?

Perché se torna, probabilmente ha funzionato tutto.

Il marketing.

Il CRM.

L’AI.

Le persone.

Il sistema.

Ed è forse questa la sfida più affascinante dei prossimi anni.

Non adottare sempre un nuovo strumento.

Ma imparare a far dialogare quelli che abbiamo già.

Perché il futuro dell’hospitality non appartiene a chi colleziona software.

Appartiene a chi riesce a integrarli senza perdere ciò che rende questo lavoro così speciale.

 

Le persone.