Quanti di noi hanno fatto caso alle abitudini dei nostri familiari con il digitale: se bisogna leggere una notizia i nonni la cercano sui giornali stampati, i nostri genitori sui giornali o fratelli più grandi i “Millennials” online e noi nuove generazioni “gen z” e anche i “gen alpha” più grandi le cercano direttamente sui social, proprio usando Tiktok come motore di ricerca invece che google. Sembrano piccole divergenze di abitudini, ma in realtà è il sintomo di una rivoluzione silenziosa che sta ridisegnando il modo in cui le generazioni si informano.
Perché comprendere come Gen Z e Millennial consumano le notizie non è più un dettaglio strategia di marketing avanzata: è diventato fondamentale per chiunque voglia comunicare efficacemente nel 2026.
LA METAMORFOSI DIGITALE: QUANDO INSTAGRAM BATTE IL TELEGIORNALE
Quello che stiamo vivendo non è semplicemente un cambio di piattaforma. È un cambiamento radicale nel modo stesso di concepire l’informazione. I dati raccolti per vari studi mi hanno fatto riflettere parecchio: quasi il 40% dei ragazzi tra i 18 ei 24 anni accede alle notizie principalmente attraverso i social media. Nel 2015 era solo il 21%. In poco più di dieci anni, la dieta mediatica dei giovani si è completamente stravolta.
Quello che mi colpisce di più, però, non sono tanto le percentuali quanto il significato profondo di questo cambiamento. Instagram ha superato il telegiornale come fonte primaria di informazione per la mia generazione. Pensateci un attimo: il TG, che per decenni è stato l’appuntamento sacro delle famiglie italiane, oggi è consultato solo dal 20% circa dei giovani. La carta stampata? Praticamente scomparsa, con un misero 4% di utilizzo regolare.
Ma attenzione: questo non significa che i giovani siano disinteressati alle notizie. Anzi, circa due terzi della Gen Z si informa quotidianamente. Il punto è che lo fa in modo completamente diverso: casuale, frammentato, integrato nel flusso della vita digitale.
Le notizie non sono più un momento dedicato della giornata, ma qualcosa che ti raggiunge mentre stai facendo altro. Scrolli Instagram o Tiktok e nel tuo feed che mostra i tuoi interessi ti imbatti in un post sulla crisi climatica o magari proprio in un creator che ti spiega perché quella nuova legge è importante.
Lo scrolling ha sostituito lo zapping, e questo cambia tutto. Perché nel feed, quello che conta non è più tanto la popolarità della testata giornalistica ma il modo in cui la notizia viene raccontata e chi la racconta. Non è un caso che oltre la metà dei ragazzi dichiari di prestare più attenzione ai contenuti dei creators che seguono rispetto ai post dei media tradizionali. Il volto familiare di uno YouTuber o di un TikToker genera più fiducia del logo di un giornale storico.
I Millennial, invece, mantengono ancora un piede in entrambi i mondi. Sono l’ultima generazione ibrida, cresciuta abbastanza presto da conoscere il mondo analogico ma abbastanza giovane da adattarsi al digitale. E questa loro posizione di ponte tra due ere li rende, in un certo senso, fondamentale per capire dove stiamo andando.
Personalmente, io mi sento in una via di mezzo, nonostante io sia Gen Z, capisco il valore di un lungo reportage ben scritto, di un’inchiesta approfondita che richiede concentrazione e tempo. Ma allo stesso tempo preferisco guardarmi un video di circa un minuto, interattivo e con diversi collegamenti ipertestuali al suo interno, clip o foto, che spiega lo stesso argomento di un articolo di mille parole che sarebbe stato pesante leggerlo. E ho imparato che questa non è una contraddizione da risolvere, ma una dualità da gestire.
VIDEO BREVI, CREATORS E INTELLIGENZA ARTIFICIALE: IL NUOVO ECOSISTEMA INFORMATIVO
La trasformazione non riguarda solo i canali, ma anche i formati. La Gen Z predilige contenuti mordi-e-fuggi: video brevi, storie, meme, dirette streaming. Il classico articolo strutturato in trenta paragrafi viene sostituito da una clip di sessanta secondi, sottotitolata, dinamica, visivamente accattivante. E sì, lo ammetto: anche io spesso preferisco così. Non perché sia ??pigra o superficiale, ma perché quel formato si integra perfettamente nel mio modo di vivere la tecnologia.
Certo, molti di noi riconoscono i limiti di questi formati. Li troviamo a volte troppo superficiali, o distraenti. Ma li apprezziamo perché sono immediati, coinvolgenti e parlano la nostra lingua digitale. Di solito funzionano come primo contatto: un breve video cattura la mia attenzione su un tema, e se mi interessa davvero, poi vado a cercare l’approfondimento. È un sistema a due livelli: velocità in superficie, profondità per chi vuole scavare.
E poi c’è l’ironia. I meme sono diventati veicoli di informazione a tutti gli effetti . Quante volte ho scoperto notizie importanti attraverso un meme, o una parodia su Instagram? L’informazione pop viaggia sulle stesse onde dell’intrattenimento, rende le notizie più accessibili, meno intimidatorie, più umane.
In questo scenario, i creators digitali sono diventati i nuovi intermediari dell’informazione. Quando devo capire una legge complicata o una situazione internazionale, spesso preferisco ascoltare la spiegazione di un esperto che seguo su Tiktok piuttosto che leggere un comunicato ufficiale pieno di tecnicismi. Il creator traduce, semplifica, umanizza. E informandomi ho visto progetti istituzionali trasformarsi completamente quando hanno deciso di collaborare con questi nuovi narratori digitali.
Ma c’è un altro protagonista emergente: l’intelligenza artificiale. Circa il 15% dei giovani usa già strumenti AI per informarsi, una percentuale destinata a crescere rapidamente. Quanti hanno chiesto a una chatbot di riassumerci un lungo articolo o di spiegarci un concetto complesso in termini semplici. L’AI diventa un filtro, un traduttore, un assistente personale nell’oceano informativo.
Tutto molto bello, ma c’è un rovescio della medaglia che non possiamo ignorare. Social e AI amplificano anche il rischio di fake news e disinformazione. Un video fake può andare virale in poche ore, raggiungendo milioni di persone prima che qualcuno lo smentisca. Gli algoritmi possono involontariamente creare bolle informative che ci mostrano solo ciò che conferma le nostre opinioni. Per questo la fiducia nell’informazione oggi è più fragile che mai, e noi giovani siamo diventati naturalmente diffidenti, sempre pronti a verificare, incrociare fonti, dubitare.
VALORI PRIMA DI TUTTO: QUANDO LA NEUTRALITÀ NON BASTA PIÙ
La Gen Z ha un rapporto particolare con la politica e i valori. I dati dicono che siamo meno interessati alla politica tradizionale rispetto alle generazioni precedenti: solo il 35% circa di noi si dichiara molto interessato alle notizie politiche, contro oltre il 50% degli over 55. E in effetti, molti dei miei coetanei trovano i notiziari politici noiosi o scollegati dalla realtà.
Ma questo non significa apatia. Tutt’altro. Quando si toccano questioni di principio, quando si parla di cause concrete – clima, diritti civili, inclusione, salute mentale – siamo in prima linea. Il punto è che non ci interessa il “teatrino della politica”, le beghe di palazzo, i giochi di potere. Ci interessano le conseguenze reali delle decisioni politiche sulla nostra vita e sul mondo che erediteremo.
E qui arriva una richiesta che facciamo ai media e che spesso spiazza chi viene da una formazione giornalistica tradizionale: molti di noi pensano che su certi temi etici fondamentali i media non devono restare neutrali. Circa un terzo della Gen Z ritiene che non abbia senso mantenere una falsa equidistanza su questioni come il razzismo o la crisi climatica. Ci aspettiamo che chi informa prenda posizione chiara su ciò che è giusto, invece di limitarsi a riportare “entrambe le campane” quando una delle due è palesemente sbagliata.
Questo approccio più etico e schierato può sembrare controverso, ma riflette un bisogno profondo di autenticità. Vogliamo sapere da che parte stai, cosa rappresenti, in cosa credi. Per un brand o per un’azienda che comunica, questo significa che mostrare neutralità su temi sociali importanti può risultare controproducente. La Gen Z premia chi ha il coraggio di essere autentico e coerente con i propri valori.
C’è poi un altro problema: molti di noi sentono che i media tradizionali non ci rappresentano. Circa il 31% ritiene che il proprio gruppo di età sia scarsamente o erroneamente coperto dai notiziari. E questo probabilmente dipende dal fatto che nelle redazioni mancano voci giovani capaci di interpretare la nostra prospettiva. Quando vedo un servizio TV sui “giovani ei social”, spesso mi ritrovo rappresentata in modo stereotipato o caricaturale. E questo allontana ancora di più la mia generazione dai media mainstream.
Se vuoi comunicare con i giovani, devi farli sentire visti, compresi, rispettati. Non puoi parlare di noi come se fossimo alieni o come se fossimo un problema da risolvere. Devi parlare con noi, non su di noi.
STRATEGIE PER CHI COMUNICA: COSTRUIRE PONTI TRA GENERAZIONI
Quindi, cosa può fare chi lavora nella comunicazione e nel marketing per navigare in questo panorama così complesso? Come si può raggiungere efficacemente tutte le generazioni senza alienare nessuno?
Essere presenti dove sono le persone, ma farlo nel modo giusto. Non basta aprire un account TikTok e postare contenuti a caso. Bisogna capire le logiche, il linguaggio, i trend di ogni piattaforma. Un messaggio su TikTok deve essere rapido, visivo, d’impatto nei primi secondi. Su Instagram puoi permetterti un po’ più di respiro con i caroselli o le Stories. Su LinkedIn il tono sarà più professionale. La chiave è l’autenticità: non imitare i giovani, ma studiare come comunicare ed entrare in conversazione con rispetto.
Poi c’è la questione dei creators e degli influencer. Collaborare con voci credibili nel proprio settore può fare davvero la differenza. Un micro-influencer apprezzato dalla Gen Z presterà al tuo messaggio la propria affidabilità e autenticità. Ma attenzione: la Gen Z fiuta subito le partnership forzate o poco genuine. Se scegli di lavorare con un creator, deve essere qualcuno davvero in linea con i valori del brand e competente nel tema che tratta.
I contenuti devono essere brevi e visivi, ma non per questo superficiali. La sfida è concentrare messaggi significativi in ??formati snackable, e poi offrire un percorso di approfondimento per chi vuole saperne di più. È quello che chiamo il “doppio binario”: un front-end leggero e condivisibile, e un back-end ricco di contenuti di qualità. Così soddisfi sia chi vuole informazione rapida sia chi cerca sostanza.
Adattare il messaggio a ogni generazione e canale è fondamentale nell’era del multicanale. Non esiste una strategia unica valida per tutti. Quello che funziona per la Gen Z su TikTok non funzionerà necessariamente per i Millennial su Facebook. Bisogna segmentare, differenziare i formati, ma mantenere la coerenza del messaggio di fondo.
E poi c’è l’intelligenza artificiale, che può essere una grande alleata se usata con la testa. Strumenti di AI e analisi ci aiutano a capire cosa interessa al nostro pubblico, come interagisce con i contenuti, quali messaggi funzionano meglio. Ma l’AI deve supportare la creatività umana, non sostituirla. Serve sempre supervisione, empatia, senso critico.
Infine, la cosa più importante: costruire fiducia attraverso trasparenza e autenticità. In un mondo pieno di fake news e pubblicità mascherate, la credibilità è il bene più prezioso. Verificare i fatti, citare le fonti, ammettere gli errori, comunicare i propri valori con coerenza. La Gen Z in particolare premia chi dimostra onestà e chi prende posizione su temi importanti. Non improvvisare battaglie sociali per moda, ma scegli causa in linea con la tua identità e supportale in modo genuino.
INTEGRARE DUE MONDI SENZA PERDERNE NESSUNO
Quella tra Gen Z e Millennial non è una guerra generazionale, ma un’evoluzione che si può gestire con intelligenza e sensibilità. La rivoluzione silenziosa che stiamo vivendo ci insegna che l’informazione e la comunicazione sono in costante movimento. Quello che funzionava ieri oggi va ripensato, ma senza buttare via tutto ciò che di buono c’era prima.
Chi riuscirà in questo equilibrio – abbracciando i nuovi media senza dimenticare i valori fondamentali del buon comunicatore – trasformerà questa rivoluzione in un’opportunità . Perché alla fine, che tu stia scrollando TikTok o leggendo un articolo di giornale, quello che conta davvero è la capacità di creare connessioni autentiche, raccontare storie che valgano la pena di essere ascoltate, e costruire quella fiducia che è sempre stata, e sempre sarà, il fondamento di ogni comunicazione efficace.
E forse, proprio in questa capacità di costruire ponti tra generazioni e mondi digitali diversi, sta la vera sfida – e la vera bellezza – del fare comunicazione oggi.
Eleonora Rimedio

