Il 9 gennaio non è stata una data qualsiasi per chi si occupa di digitale in Italia. È l’anniversario della Legge Stanca del 2004, una pietra miliare che ha reso il nostro Paese pioniere nell’accessibilità online. A vent’anni di distanza, ci troviamo di fronte a una nuova rivoluzione copernicana: l’avvento dell’Intelligenza Artificiale Generativa. Ma la domanda che dobbiamo porci, come professionisti e come cittadini, non è quanto sia potente questa tecnologia, bensì quanto sia giusta.
Ho seguito con attenzione l’evento “IA, Intelligenza Accessibile”, organizzato proprio il 9 gennaio scorso, da Fondazione Pensiero Solido in collaborazione con Accessibility Days e IWA Italy. Un incontro, condotto da Antonio Palmieri, presidente della Fondazione organizzatrice, che ha riunito le menti più brillanti del panorama italiano — dalle istituzioni alle Big Tech, passando per il terzo settore e il mondo legale — per discutere se l’IA sarà il muro definitivo o il ponte che stavamo aspettando.
Quello che segue è un’analisi di quanto emerso, perché l’accessibilità non è un plugin, è una forma di giustizia.
IL NUOVO PARADIGMA: MOLTEPLICITÀ, SPIEGABILITÀ E BILANCIAMENTO
Ad aprire i lavori è stato Mario Nobile, Direttore Generale dell’AgID (Agenzia per l’Italia Digitale). Il suo intervento ha subito sgombrato il campo da facili entusiasmi o catastrofismi, ponendo l’accento su tre concetti chiave che dovrebbero guidare ogni strategia di innovazione pubblica e privata.
Nobile ha sottolineato come l’IA non sia un monolite. Non esiste “l’Intelligenza Artificiale”, esistono orchestratori che scelgono una molteplicità di modelli. Siamo passati dal concetto di AI Factories a quello di cantieri aperti, dove modelli grandi (LLM), piccoli (Small Language Models) e addirittura Large World Models (addestrati in tempo reale) coesistono. Per noi addetti ai lavori, questo significa che non esiste una soluzione unica: la sfida sta nel modulare l’architettura in base all’esigenza specifica, che sia l’accesso ai dati in cloud o l’elaborazione locale su un dispositivo mobile.
Il secondo punto toccato da Nobile è forse il più critico per l’accessibilità: la spiegabilità (Explainable AI). Il mito della black box, della scatola nera insondabile, sta crollando sotto i colpi della ricerca. Sapere come un algoritmo arriva a una risposta non è un vezzo tecnico, è una necessità democratica. Se un sistema di IA prende decisioni che impattano sulla vita delle persone — disabili e non — dobbiamo poter ricostruire il percorso logico. Senza “spiegabilità”, non c’è fiducia; e senza fiducia, l’innovazione si ferma.
Infine, il bilanciamento. Nobile ha introdotto un tema di etica applicata: saranno le persone a dover decidere come bilanciare i propri diritti, scegliendo quali dati condividere in cambio di quali servizi. Questo apre scenari futuri complessi, legati alle neurotecnologie e ai neurodiritti, dove il confine tra corpo e tecnologia si assottiglia. Ma il messaggio è chiaro: l’IA deve potenziare l’umano, non sostituirlo o sopraffarlo.
L’EUROPA, L’ETICA E IL RISCHIO DELLA “PORTA DI SERVIZIO”
Da Londra, ma con il cuore in Europa, è intervenuto Roberto Scano, AccessibleEU national expert. La sua prospettiva ci ricorda che l’innovazione non avviene nel vuoto normativo. L’AI Act europeo è chiaro: l’intelligenza artificiale, per essere tale, deve essere accessibile. Scano ha citato il lavoro immane svolto per le norme tecniche a supporto dello European Accessibility Act, previste fin da giugno 2025, ma ha lanciato un allarme che ogni sviluppatore dovrebbe ascoltare.
C’è un rischio concreto che l’IA venga usata per creare ghetti digitali. Scano ha parlato della paura, espressa dall’European Disability Forum, che i sistemi automatizzati riconoscano la disabilità di un utente (magari analizzando il pattern di navigazione o l’uso di tecnologie assistive) e gli forniscano automaticamente una versione “alternativa” del servizio. Questa è la vecchia “porta di servizio” del supermercato, riproposta in chiave digitale. L’utente non vuole essere profilato e “riparato” dall’IA senza consenso; vuole un servizio progettato per tutti (Design for All), dove la personalizzazione è una scelta consapevole, non un’imposizione algoritmica.
Scano ha anche ricordato che, quando il dialogo fallisce, il diritto interviene. Proprio nel giorno dell’evento, si teneva in Italia la prima udienza per una causa di discriminazione digitale nel trasporto pubblico. Un monito per le aziende: l’accessibilità non è nice to have, è un obbligo che, se ignorato, porta in tribunale.
LA CULTURA INCLUSIVA COME GENERATORE DI VALORE
Alessandra Santacroce, presidente di Fondazione IBM Italia, ha spostato il focus dalla norma alla cultura aziendale. Per IBM, l’accessibilità è nel DNA dal 1914, ma oggi assume un significato economico preciso: la cultura inclusiva è produzione di valore. Non si tratta di filantropia, ma di business intelligence.
Santacroce ha illustrato come l’IA debba essere progettata by design per essere inclusiva. Questo significa avere team di ricerca eterogenei, strumenti per testare i bias e aderire a iniziative come l’AI Alliance per uno sviluppo open e trasparente. Un esempio concreto citato è il progetto “Limpide Letture”, realizzato con Fondazione ASPHI e Fondazione LIA. Si tratta di una piattaforma che usa l’IA per semplificare testi complessi, abbattendo barriere linguistiche e cognitive. Qui l’IA non è un orpello, ma un abilitatore che democratizza la conoscenza.
SPORCARSI LE MANI: PROGETTI CONCRETI PER BISOGNI REALI
Se la teoria è fondamentale, la pratica è vitale. Nicola Gencarelli, responsabile ricerca di Fondazione ASPHI, ci ha portato dentro i “cantieri” dell’IA. Il suo intervento è stato un inno al fare, al non aspettare che le soluzioni arrivino dalla Silicon Valley o dalla Cina, ma costruirle qui, sfruttando le eccellenze italiane come il supercomputer Leonardo del CINECA.
Gencarelli ha descritto tre progetti che mostrano il vero volto dell’IA accessibile:
- Limpide Letture: l’uso di LLM (Large Language Models) per semplificare testi, ma con una funzione maieutica. L’IA non deve sostituire lo studente facendo il riassunto al posto suo, ma guidarlo nella comprensione.
- Voci Atipiche: un progetto visionario per raccogliere un dataset di voci disartriche italiane. Oggi, gli assistenti vocali non riconoscono chi parla male o con fatica. Creare un dataset specifico significa dare voce a chi rischia di essere escluso dalla rivoluzione vocale. Più le persone usano l’IA, più questa impara; chi non può usarla, viene emarginato due volte.
- Comunicatori Potenziati: l’integrazione dell’IA generativa nei comunicatori per persone con disabilità motorie complesse (SLA, SMA). Qui l’IA fa due cose straordinarie: clona la voce (permettendo a chi la sta perdendo di conservare la propria identità sonora) e corregge le frasi digitate con fatica tramite puntatori oculari, trasformando input sgrammaticati in comunicazione fluida.
L’EDITORIA E LA SFIDA DELLE IMMAGINI
L’accessibilità dei contenuti editoriali è un tema spesso sottovalutato, ma cruciale per la formazione. Cristina Mussinelli, segretario generale di Fondazione LIA (Libri Italiani Accessibili), ha illustrato come l’IA stia trasformando la produzione di libri scolastici e universitari.
Il problema principale non è il testo, ma l’immagine. Descrivere grafici, mappe concettuali, infografiche storiche è un lavoro immane e costoso. L’IA offre una speranza per la descrizione alternativa delle immagini, ma con dei limiti. Mussinelli ha spiegato che una descrizione automatica spesso manca di contesto: non sa cosa è stato detto prima o cosa verrà spiegato dopo nel libro. L’IA rischia di essere ridondante o superficiale. La soluzione? Un approccio ibrido, dove l’IA fa il lavoro sporco e l’uomo raffina. L’obiettivo è rendere la produzione born accessible sostenibile economicamente, evitando che l’accessibilità diventi un lusso per pochi titoli.
IL RUOLO PEDAGOGICO DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE
Uno degli interventi più stimolanti è stato quello di Ernesto Belisario, avvocato e senior partner dello studio E-lex. Belisario ha toccato un nervo scoperto: l’Italia è penultima in Europa per l’uso dell’IA generativa. Questo dato non parla solo di competitività, ma di esclusione sociale.
Belisario ha proposto una visione della Pubblica Amministrazione non come ente burocratico, ma come agente pedagogico. L’PA non deve usare l’IA solo per l’efficienza interna (il dipendente che usa ChatGPT per scrivere una mail), ma per abbattere le barriere con il cittadino. L’IA può essere il “traduttore universale” del burocratese, semplificando linguaggi amministrativi ostili e rendendo i diritti comprensibili a tutti, inclusi i nuovi cittadini che non padroneggiano la lingua.
Due proposte concrete lanciate da Belisario meritano di essere evidenziate in grassetto:
- Un registro pubblico dei sistemi di IA usati dalla PA, per favorire la trasparenza e l’emulazione delle buone pratiche tra enti.
- Inserire l’IA negli obiettivi di accessibilità: chiedere alle amministrazioni, nel form annuale di AgID, se e come intendono usare l’IA per migliorare l’accessibilità. Sarebbe un nudge, una spinta gentile per spostare l’attenzione dalla mera conformità normativa all’innovazione sociale.
IL RISCHIO DELL’ENTROPIA E LA RESPONSABILITÀ SEMANTICA
In un coro di ottimismo ragionato, la voce di Fabrizio Caccavello, Accessibility Expert e coordinatore di webaccessibile.org, ha suonato un campanello d’allarme tecnico e filosofico. Caccavello ci ha ricordato che, anche nell’era dell’IA, la semantica è l’ancora di tutto.
Quando creiamo contenuti digitali, stiamo creando i dati che nutrono l’IA. Se questi dati sono strutturati male, privi di significato semantico (il famoso pulsante che visivamente è una freccia ma per il codice è solo un’immagine senza etichetta), stiamo avvelenando il pozzo. Caccavello ha parlato di rischio della ricostruzione e di entropia dell’informazione. Se demandiamo all’IA il compito di capire cosa volevamo dire, stiamo introducendo un “rumore di fondo” che può portare ad allucinazioni.
L’esempio portato è agghiacciante nella sua semplicità: se un’IA legge le mie analisi del sangue da un PDF non accessibile e “interpreta” male un valore a causa di una cattiva struttura semantica, le conseguenze possono essere gravi. Non possiamo abdicare alla nostra responsabilità di creatori: l’IA non deve interpretare, deve processare dati chiari. La qualità del dato in ingresso determina la qualità della vita in uscita.
A SCUOLA DI FUTURO: PERSONALIZZAZIONE E ABBATTIMENTO DEGLI STEREOTIPI
Sonia Montegiove, giornalista e informatica, ha portato la discussione tra i banchi di scuola. Qui l’IA si rivela uno strumento potente per la personalizzazione della didattica. Gli insegnanti di sostegno, spesso sovraccarichi e non specialisti di ogni materia, possono usare l’IA per adattare testi complessi alle esigenze cognitive specifiche di ogni alunno.
Ma c’è di più. Montegiove ha raccontato come l’IA sia stata usata per analizzare i libri di testo della scuola primaria, svelando che sono ancora sessisti come 50 anni fa. L’IA, in questo caso, agisce come uno specchio che ci mostra i nostri bias culturali, permettendoci di analizzare enormi moli di dati in poco tempo e, si spera, di correggere il tiro. L’IA a scuola non è solo un tutor h24, ma uno strumento per costruire una società più equa, a patto di usarla per smascherare i pregiudizi, non per amplificarli.
GOOGLE E L’ACCESSIBILITÀ “AT SCALE”
La prospettiva di una Big Tech è stata portata da Lorenzo Caggioni, Data&AI Architect di Google. Caggioni, che vive l’accessibilità anche come caregiver, ha sottolineato come l’IA abbia permesso di realizzare soluzioni impensabili fino a pochi anni fa.
Progetti come Project Euphonia (per il riconoscimento di parlati non standard) o Guided Frame (che aiuta i non vedenti a farsi selfie inquadrandosi correttamente) sono esempi di come l’IA cambi la vita quotidiana. Ma il punto chiave dell’intervento di Caggioni è il concetto di accessibilità integrata nel sistema operativo. Quando Google inserisce i sottotitoli automatici (Live Caption) direttamente in Android o Chrome, rende accessibile qualsiasi contenuto audio, indipendentemente dal fatto che lo sviluppatore dell’app lo abbia previsto o meno.
Caggioni ha lanciato un appello alla cultura del fare: l’IA abbassa la soglia tecnica d’ingresso. Oggi un caregiver con competenze di base può usare l’IA per prototipare una soluzione specifica per il proprio caro, colmando quel vuoto che il mercato di massa spesso ignora. È l’era del Do It Yourself assistito dall’intelligenza artificiale.
LA FORMAZIONE COME LEVA DI EMPOWERMENT
In un contributo video, Martina Lascialfari, Direttrice Generale del Fondo per la Repubblica Digitale, ha ribadito che l’accessibilità non è solo tecnologia, è competenza. Il Fondo sta investendo massicciamente in progetti di upskilling e reskilling digitale, con un focus specifico sulle categorie fragili e sul terzo settore.
Iniziative come i bandi “CrescereAI” o “VIVA”, in partnership con Google.org e Microsoft, mirano a portare l’IA nelle PMI e nel non profit. Il messaggio è che l’IA è uno strumento potente, ma inutile se non sappiamo come impugnarlo. L’accessibilità passa per la formazione: rendere le persone capaci di usare l’IA è il primo passo per rendere l’IA utile alle persone.
IL PANEL TECNICO: LA REALTÀ DELLO SVILUPPO QUOTIDIANO
L’evento si è concluso con un “tempo supplementare” tecnico, moderato da Sauro Cesaretti, presidente di Accessibility Days, che ha dialogato con Diana Bernabei e Mattia Ducci. Qui siamo scesi dal livello strategico a quello operativo, dove il codice incontra la realtà.
Diana Bernabei, Accessibility engineering, ha smontato l’idea che l’IA possa sostituire lo sviluppatore esperto. L’IA può aiutare a scrivere codice, sì, ma spesso propone soluzioni ridondanti o non conformi alle WCAG (Web Content Accessibility Guidelines). Un codice può essere sintatticamente corretto ma terribile per chi usa uno screen reader, perché troppo verboso. L’IA non ha il senso della misura né del contesto: serve l’occhio umano per pulire, ottimizzare e rendere l’esperienza fluida. Inoltre, l’IA non può sostituire i test con utenti reali: l’accessibilità non è una checklist automatica, è un’esperienza umana.
Mattia Ducci, esperto di accessibilità digitale, ha portato una riflessione filosofica molto potente: l’IA non toglie le domande, le cambia. Non dobbiamo smettere di pensare, dobbiamo iniziare a pensare in modo diverso. Ducci ha raccontato di test comparativi tra diversi LLM per la valutazione dell’accessibilità, con risultati molto variabili. Ma la vera frontiera sono gli Agentic Browser: browser potenziati dall’IA che possono navigare autonomamente un sito, cliccare pulsanti e cercare informazioni per conto dell’utente.
Immaginate un utente che non riesce a navigare un sito complesso e non accessibile: potrebbe chiedere al suo browser “trovami le news” e l’IA muoverebbe il cursore per lui. È una prospettiva affascinante che potrebbe scavalcare le barriere di design, ma che pone enormi temi di autonomia. Vogliamo che l’IA faccia le cose per noi o che ci metta in condizione di farle da soli? Ducci ci invita a mantenere uno spirito critico: l’IA non deve diventare una stampella che atrofizza le nostre competenze, ma uno strumento che estende le nostre possibilità sotto il nostro controllo.
TRE PAROLE PER IL FUTURO
Riflettendo su questa densa giornata di lavori, credo che il messaggio finale possa essere riassunto nelle tre parole chiave citate da Sauro Cesaretti: Etica, Qualità, Competenza.
- Etica: Perché l’IA deve essere progettata per includere, non per profilare e discriminare. Dobbiamo evitare che l’accessibilità diventi un pretesto per la sorveglianza o per la creazione di esperienze di serie B.
- Qualità: Perché l’IA si nutre di ciò che le diamo. Se produciamo contenuti semanticamente poveri, avremo un’intelligenza artificiale confusa e allucinata. La responsabilità della qualità del dato resta squisitamente umana.
- Competenza: Perché l’IA abbassa la soglia tecnica, ma alza quella critica. Dobbiamo studiare, capire e governare questi strumenti. Non possiamo affidarci ciecamente alla “magia” dell’algoritmo.
L’evento “IA, Intelligenza Accessibile” ci ha mostrato che siamo di fronte a un bivio. Possiamo usare l’IA per costruire muri più alti e sofisticati, o per costruire quel ponte indicato da Antonio Palmieri, che unisce la complessità tecnologica alla semplicità dell’uso quotidiano.
Tutti, come professionisti, abbiamo una responsabilità enorme. Non siamo solo “utenti” di questa tecnologia, ne siamo progettisti, narratori e guardiani. L’accessibilità digitale, potenziata dall’IA, è la nuova frontiera dei diritti civili. E come ha detto Fabrizio Caccavello citando De André: anche se ci crediamo assolti, siamo per sempre coinvolti.
Non c’è innovazione vera se lascia indietro qualcuno. Sta a noi decidere se l’Intelligenza Artificiale sarà solo “artificiale” o se saprà diventare, finalmente, profondamente umana.
Enzo Rimedio
Sulla pagina YouTube della Fondazione Pensiero Solido è possibile rivedere tutto l’evento.

