Mattia Marangon, co-fondatore di Ugolize (ex Legolize), ha raccolto in un libro le sue esperienze nell’innovativo mondo dei social media, rappresentando uno lucido sforzo per comprendere il presente che ci circonda online. Ne è uscito Sommersi, che non è solo un titolo evocativo, ma è una diagnosi precisa della nostra condizione digitale: viviamo in un oceano di stimoli, contenuti e notifiche che ci travolgono senza che riusciamo più a distinguere cosa sia davvero nostro e cosa sia invece il prodotto di un sistema progettato per catturarci.
La forza del testo sta nel suo approccio multidisciplinare. Marangon non si limita a descrivere il funzionamento tecnico degli algoritmi, ma scava nelle profondità della psicologia umana per mostrarci come i nostri bias cognitivi siano diventati le leve attraverso cui le piattaforme digitali ci manipolano. È un’analisi che parte dal codice per arrivare all’anima, passando attraverso la politica, l’economia e le relazioni sociali.
LA MACCHINA INVISIBILE CHE GOVERNA LE NOSTRE VITE
Quando Eric Schmidt, allora CEO di Google, disse nel 2008 “Sappiamo dove sei. Sappiamo dove sei stato. Possiamo, con una certa precisione, indovinare cosa stai pensando”, stava anticipando un futuro che oggi è il nostro presente. Gli algoritmi non sono più semplici strumenti di ricerca: sono diventati i curatori invisibili della nostra realtà.
Marangon smonta con precisione chirurgica l’illusione della libertà di scelta online. Quello che vediamo sui social non è il risultato delle nostre preferenze, ma di un sistema che ha un obiettivo preciso: massimizzare il tempo che passiamo sulle piattaforme. L’autore usa una metafora illuminante: l’algoritmo è come un commerciante che finge di consigliarti il prodotto migliore per te, quando in realtà vuole solo venderti qualcosa. La differenza è che questo commerciante ti conosce meglio di quanto tu conosca te stesso.
Il meccanismo è perverso nella sua semplicità. Ogni pausa su un contenuto, ogni millisecondo di attenzione in più, viene registrato e interpretato come interesse. Non serve nemmeno mettere like: basta soffermarsi qualche secondo su un video per dire all’algoritmo “voglio vedere più cose così”. E lui, diligente, ce ne mostrerà sempre di più, costruendo intorno a noi una bolla sempre più stretta e impermeabile.
IL CERVELLO HACKERATO: COME FUNZIONIAMO NOI
Ma la vera genialità del libro sta nell’analisi di come il nostro cervello sia complice inconsapevole di questa manipolazione. I bias cognitivi, quelle scorciatoie mentali che ci hanno permesso di sopravvivere per millenni, sono diventati le nostre vulnerabilità nell’era digitale.
L’euristica della disponibilità, per esempio, ci porta a sovrastimare la frequenza di eventi che ricordiamo facilmente. Se vediamo continuamente video di violenza urbana, finiremo per credere che le città siano diventate pericolosissime, anche se le statistiche dicono il contrario. Il nostro cervello non distingue tra ciò che è frequente nel feed e ciò che è frequente nella realtà.
Il bias della negatività è ancora più insidioso. Marangon racconta di come, tra centinaia di commenti positivi, sia sempre quello negativo a restarci impresso. Non è debolezza: è evoluzione. Per migliaia di anni, prestare attenzione ai segnali negativi ci ha salvato la vita. Oggi, questa stessa tendenza ci intrappola in cicli di doomscrolling, dove scorriamo compulsivamente notizie negative pur sapendo che ci fanno stare male.
L’effetto Dunning-Kruger trova nei social il suo habitat perfetto. Il “Monte Stupido”, come lo chiama coloratamente l’autore, è quel punto della curva di apprendimento dove sappiamo abbastanza per sentirci esperti ma non abbastanza per capire quanto siamo ignoranti. I social premiano chi parla con sicurezza, non chi ammette dubbi. Il risultato? Un ecosistema dove l’incompetenza sicura di sé ottiene più visibilità della competenza riflessiva.
LA SPIRALE DELL’INDIGNAZIONE COME MODELLO DI BUSINESS
Uno dei capitoli più potenti del libro è dedicato all’economia dell’indignazione. La rabbia non è più solo un’emozione: è diventata la valuta principale dell’attenzione online. Mattia Marangon analizza con precisione chirurgica come figure pubbliche abbiano trasformato la provocazione sistematica in una strategia comunicativa.
Il caso di Donald Trump viene dissezionato con lucidità impressionante. Ogni suo tweet non era un’opinione: era una miccia calibrata per generare il massimo engagement possibile. Quando attaccava Greta Thunberg con sarcasmo apparentemente infantile, non stava cercando di vincere un dibattito sul clima. Stava spostando l’attenzione dal tema scomodo del cambiamento climatico a uno scontro di personalità dove lui eccelleva.
Ma l’innovazione più inquietante è il rage-baiting, quella tecnica per cui si creano contenuti appositamente progettati per far arrabbiare. Non importa se la rabbia è diretta contro di te: l’importante è che generi interazioni. Michelle Comi che chiede 15.000 euro per rifarsi il seno non è stupidità: è genialità comunicativa. Sa che l’indignazione che genera si tradurrà in visibilità, e la visibilità in potere contrattuale con i brand.
Ancora più subdolo è il cry-baiting, dove la vulnerabilità diventa performance e il dolore si trasforma in contenuto monetizzabile. Marangon racconta di creator che piangono in diretta parlando di traumi familiari, solo per inserire alla fine un link al loro corso online. È pornografia emotiva: sfrutta il momento di massima apertura emotiva dello spettatore per vendere qualcosa.
LE RELAZIONI PARASOCIALI E LA SOLITUDINE PROGRAMMATA
L’analisi delle relazioni nell’era digitale è forse la parte più dolorosa del libro. Abbiamo sostituito le amicizie con le relazioni parasociali, quei legami unidirezionali che sviluppiamo con influencer e creator che non sanno nemmeno che esistiamo. Li vediamo ogni giorno, conosciamo i loro gusti, le loro abitudini, i loro problemi. Ci sembrano amici. Ma è un’illusione.
La loneliness economy è il risultato inevitabile di questo sistema. Prima i social ci isolano, poi ci vendono la soluzione alla solitudine che hanno creato. Mark Zuckerberg che propone amici virtuali basati sull’intelligenza artificiale per colmare il vuoto relazionale degli americani è il perfetto esempio di questa perversione: creare il problema per poi vendere la cura.
Il fenomeno degli incel, analizzato con rara sensibilità, mostra dove può portare questa spirale. Giovani uomini che trasformano la loro solitudine in ideologia, che si radicalizzano in comunità online dove il risentimento diventa identità. Non sono mostri: sono il prodotto estremo di un sistema che promette connessione ma produce isolamento.
IL COLLASSO DEL CONTESTO E LA FINE DELLA VERITÀ
Viviamo nell’era del collasso del contesto, dove ogni frase può essere estrapolata, ogni gesto decontestualizzato, ogni momento trasformato in contenuto virale. I video podcast, nati come antidoto alla velocità dei social, vengono tagliuzzati in clip di venti secondi che tradiscono completamente il senso originale. Una riflessione complessa diventa uno slogan, un dubbio diventa certezza, una battuta diventa scandalo.
L’intelligenza artificiale generativa ha accelerato questo processo fino al parossismo. Il Papa col piumino Balenciaga non è solo un meme divertente: è il simbolo di un’epoca in cui la distinzione tra vero e falso è diventata irrilevante. Non importa se è reale: importa se è abbastanza credibile da generare reazioni.
Il liar’s dividend è il vantaggio paradossale che ottiene chi mente in un mondo dove tutto può essere falso. Se ogni prova può essere liquidata come deepfake, allora nessuna prova ha più valore. Le aziende come Palantir lo hanno capito perfettamente: non devono dimostrare di avere ragione, basta generare abbastanza confusione da rendere impossibile stabilire cosa sia vero.
L’ATTIVISMO PERFORMATIVO E IL TRADIMENTO DELLE CAUSE
Marangon dedica pagine illuminanti all’attivismo performativo, quella forma di impegno sociale che esiste più nella sua rappresentazione che nella sua sostanza. Il volo spaziale tutto al femminile organizzato da Blue Origin diventa l’emblema perfetto: un gesto apparentemente progressista che in realtà serve solo a lucidare l’immagine di Jeff Bezos.
Il #BlackoutTuesday dopo la morte di George Floyd viene analizzato con precisione spietata. Milioni di quadrati neri pubblicati su Instagram: un gesto che sembrava solidarietà ma che in realtà ha soffocato le voci di chi stava davvero organizzando il movimento. È slacktivism nella sua forma più pura: il minimo sforzo per sentirsi parte di qualcosa senza fare nulla di concreto.
La pornografia del dolore raggiunge l’apice con il caso di Giulia Cecchettin. Una tragedia reale trasformata in contenuto virale, dove l’indignazione collettiva dura il tempo di un trend e poi svanisce, lasciando intatto il problema della violenza di genere. È un ciclo perverso dove il dolore diventa intrattenimento e l’intrattenimento sostituisce l’azione.
LA RESPONSABILITÀ IN UN MONDO DI ALGORITMI
Ma il libro non si limita alla diagnosi. Marangon propone una via d’uscita che passa attraverso la consapevolezza e la responsabilità individuale. Non possiamo cambiare gli algoritmi, ma possiamo cambiare il modo in cui interagiamo con loro.
L’immagine del presidente che deve uccidere un volontario per ottenere i codici nucleari diventa metafora potente della nostra condizione digitale. Ogni nostro clic è un piccolo atto di violenza che compiamo senza vederne le conseguenze. Ma se fossimo costretti a guardare in faccia chi soffre per le nostre scelte digitali, continueremmo a farle con la stessa leggerezza?
Il concetto di dieta mediatica non è nuovo, ma Marangon lo declina con originalità. Non si tratta di digital detox estremi, ma di applicare il rasoio di Occam alla nostra vita online: tagliare il superfluo, distinguere ciò che nutre da ciò che intossica. È un invito a diventare giardinieri del nostro feed, coltivando con cura ciò che vogliamo far crescere.
IL FUTURO NON È SCRITTO (NEL CODICE)
La conclusione del libro è un atto di fiducia nell’agency umana. I social media hanno poco più di quindici anni, gli smartphone una ventina: siamo ancora all’inizio di questa storia. Nulla di quello che oggi ci sembra inevitabile lo è davvero. Le piattaforme cambiano continuamente, gli algoritmi vengono riscritti, le mode digitali nascono e muoiono.
Marangon ci ricorda che Alan Turing, inventando il concetto di macchina universale, aveva capito una cosa fondamentale: la macchina da sola non fa nulla, sono le istruzioni che le diamo a darle vita. Gli algoritmi che oggi ci sembrano onnipotenti sono in realtà specchi che riflettono i nostri comportamenti collettivi. Se cambiamo noi, cambiano anche loro.
La spirale del silenzio che l’autore descrive, dove smettiamo di pubblicare per paura del giudizio, è anche un segnale di resistenza. I finsta, quegli account segreti dove i giovani tornano a essere sé stessi, sono forme di guerriglia digitale. Mostrano che l’essere umano cerca sempre uno spazio di autenticità, anche quando il sistema cerca di impedirlo.
L’EDUCAZIONE DIGITALE COME AUTODIFESA
Il vero valore del libro sta nel suo approccio educativo. Non serve essere esperti di tecnologia per capire come gli algoritmi ci manipolano: serve capire come funziona la nostra mente. I bias cognitivi che Marangon analizza non sono bug del sistema: sono feature che le piattaforme sfruttano sistematicamente.
L’effetto backfire, per esempio, spiega perché fact-checking e debunking spesso non funzionano. Quando le nostre convinzioni vengono attaccate, invece di metterle in discussione le rafforziamo. È per questo che le bolle informative diventano sempre più impermeabili: ogni tentativo di penetrarle le rende più resistenti.
Il bias di conferma lavora in tandem con gli algoritmi per creare echo chamber perfette. Non cerchiamo la verità: cerchiamo conferme di quello che già crediamo. E le piattaforme sono felicissime di darcele, perché così restiamo connessi più a lungo.
LA MERDIFICAZIONE COME DESTINO?
Il concetto di enshittification di Cory Doctorow che Marangon riprende è brutale ma accurato. Ogni piattaforma nasce promettendo libertà e finisce per diventare una prigione dorata. Prima attira gli utenti con servizi gratuiti, poi li monetizza, infine li spremere fino all’osso mentre la qualità dell’esperienza crolla.
Ma anche qui, l’autore trova spazio per la speranza. Se la merdificazione è un processo, può essere anche invertito. Richiede però che gli utenti smettano di accettare passivamente il degrado e inizino a votare con i piedi (e con i clic).
Il brainrot, termine ufficializzato dall’Oxford Dictionary, non è solo lo stato mentale di chi consuma troppi contenuti stupidi. È il sintomo di un’intera generazione che ha sostituito il pensiero complesso con stimoli dopaminici di bassa qualità. Gli Italian Brainrot, con i loro squali antropomorfi e le filastrocche nonsense generate dall’AI, sono l’apoteosi di questo processo.
OLTRE LO SPECCHIO DIGITALE
“Sommersi” si chiude con un invito potente: guardare oltre lo specchio digitale per ricordare che il riflesso non è mai la realtà. I social sono uno specchio deformante che amplifica alcuni tratti e ne nasconde altri, che ci mostra una versione di noi stessi ottimizzata per l’engagement ma svuotata di autenticità.
Il lavoro di Mattia Marangon è prezioso perché non cade nella trappola del tecno-pessimismo né in quella del tecno-ottimismo. Riconosce che il digitale è ormai parte integrante della nostra vita, ma rifiuta l’idea che dobbiamo subirlo passivamente. Ogni capitolo è un invito a sviluppare anticorpi, a riconoscere i pattern, a recuperare agency.
La metafora del titolo alla fine si rivela perfetta. Essere sommersi non significa essere annegati: significa essere sotto la superficie, ma con la possibilità di riemergere. Richiede sforzo, consapevolezza, a volte anche il coraggio di andare controcorrente. Ma è possibile.
Il futuro del digitale, ci ricorda l’autore, non è scritto nel codice ma nelle nostre scelte quotidiane. Ogni like è un voto, ogni condivisione è un endorsement, ogni minuto di attenzione è una forma di potere che cediamo o esercitiamo. La domanda non è se il digitale ci cambierà – lo sta già facendo – ma se vogliamo essere soggetti attivi o passivi di questo cambiamento.
In un’epoca dove l’attenzione è la nuova valuta e la distrazione è diventata la norma, “Sommersi” è un faro che ci aiuta a orientarci. Non offre soluzioni facili perché non ce ne sono, ma offre qualcosa di più prezioso: la consapevolezza. E in un mondo dove gli algoritmi sanno cosa vogliamo prima ancora che lo sappiamo noi, la consapevolezza è l’ultima forma di resistenza.
Il libro non è solo un’analisi del presente digitale: è un manuale di sopravvivenza per chi vuole abitare la rete senza esserne consumato. È un invito a non arrendersi alla corrente, a non accettare che “funziona così e basta”, a recuperare quel margine di libertà che, per quanto piccolo, può fare la differenza tra essere sommersi e imparare finalmente a nuotare.
Enzo Rimedio

