Quando ho ricevuto “Forte e Chiaro. Il comunicato stampa 5.0 nell’era della sovraesposizione mediatica” di Valentina Brini e Simone Trebbi, confesso di aver provato un misto di curiosità e scetticismo. Dopo anni nel settore delle relazioni pubbliche, ho visto innumerevoli tentativi di “reinventare” il comunicato stampa, quasi tutti falliti miseramente nel tentativo di essere troppo innovativi o, al contrario, troppo conservatori. Questo libro, invece, rappresenta qualcosa di profondamente diverso: una rifondazione filosofica di uno strumento che ha oltre un secolo di vita.
Gli autori iniziano il loro percorso narrativo con una scelta che rivela la profondità del loro approccio. Invece di lanciarsi in teorie astratte o proclami rivoluzionari, ci portano al 30 ottobre 1906, quando Ivy Lee creò quello che è universalmente riconosciuto come il primo comunicato stampa della storia. Il contesto era drammatico: un disastro ferroviario ad Atlantic City che aveva causato oltre 50 morti. La Pennsylvania Railroad si trovava di fronte a quello che oggi chiameremmo un incubo di PR, eppure Lee trasformò la tragedia in un caso esemplare di gestione della crisi attraverso la trasparenza comunicativa.
Quello che mi ha colpito leggendo le pagine dedicate a questo episodio storico, è come Brini e Trebbi riescano a tracciare un filo rosso che collega quel momento fondativo alla nostra pratica quotidiana. I principi che guidarono Lee sono esattamente gli stessi che dovrebbero guidarci oggi: tempestività, trasparenza, servizio ai media. È una lezione di umiltà per tutti noi che pensiamo di aver inventato qualcosa di nuovo con i nostri tool digitali e le nostre strategie innovative.
Ma il libro non si ferma alla nostalgia. Gli autori affrontano con lucidità chirurgica la realtà brutale del panorama mediatico contemporaneo. I dati che hanno raccolto attraverso la loro ricerca “PRova a scrivermi” sono abbastanza tragici. Quando leggi che quasi il 30% dei giornalisti riceve oltre 500 email al giorno, capisci che non stiamo più giocando lo stesso gioco di vent’anni fa. Siamo in un’era di sovraesposizione mediatica senza precedenti, dove il rumore di fondo rischia di soffocare anche le storie più meritevoli.
È in questo contesto che emerge la proposta da Brini e Trebbi. Non si tratta di aggiungere qualche trucchetto digitale al vecchio comunicato stampa, ma di ripensarlo completamente come strumento di servizio. La citazione di Tom Foremski che gli autori riportano – “ogni azienda è una media company” – non è solo uno slogan, ma una verità operativa che cambia tutto. Se ogni azienda produce contenuti, allora il comunicato stampa deve distinguersi non per la quantità di informazioni che veicola, ma per la qualità del servizio che offre ai giornalisti.
Particolarmente interessante è la sezione dedicata ai tre presupposti dell’autorevolezza. Il primo, il newsjacking, viene spiegato non come una tecnica manipolatoria ma come un’arte del tempismo informativo. Gli autori ci ricordano che intercettare il momento giusto non significa opportunismo, ma comprensione profonda dei cicli mediatici. È una competenza che richiede non solo strumenti tecnologici come Google Alerts o Talkwalker Alerts, ma soprattutto sensibilità giornalistica e visione strategica.
Il secondo presupposto, “Show, don’t tell“, dovrebbe essere un must per ogni professionista delle PR. Ho visto molte volte comunicati stampa pieni di superlativi vuoti, di affermazioni non supportate, di autocelebrazioni patetiche. Brini e Trebbi demoliscono questa pratica con esempi concreti, mostrando come la vera autorevolezza si costruisca attraverso fatti, dati, dimostrazioni concrete. Non basta dire di essere leader di mercato; bisogna dimostrarlo con numeri verificabili, case study reali, impatti misurabili.
Il terzo presupposto tocca un nervo scoperto della comunicazione italiana: la capacità di tradurre la complessità. Gli autori affrontano senza mezzi termini il problema dell’abuso di anglicismi, fornendo dati impressionanti: le testate italiane usano il doppio degli anglicismi rispetto ai corrispettivi europei. Ma non si fermano alla denuncia. Propongono un approccio costruttivo, mostrando come la vera competenza comunicativa stia nel rendere accessibile il complesso senza banalizzarlo.
Un intero capitolo è dedicato a quello che gli autori definiscono “il nuovo petrolio”: i dati. In un’epoca di post-verità, dove le emozioni contano più dei fatti, i dati diventano l’ancora di salvezza della credibilità giornalistica. Ma Brini e Trebbi vanno oltre la semplice esortazione a usare statistiche. Introducono il concetto di comunicato stampa data-driven, caro già a un insieme di colleghi e amato dai giornalisti, fornendo una metodologia precisa in cinque fasi che trasforma la raccolta e presentazione dei dati in un’arte.
Quello che apprezzo particolarmente è come gli autori non cadano nella trappola del dataismo fine a se stesso. Specificano che l’80% del testo deve comunque essere incentrato sulla notizia, mentre solo il 20% finale riguarda l’azienda. È una proporzione che rivela una comprensione profonda delle dinamiche giornalistiche: i dati servono a supportare una storia, non a sostituirla. Non è il caso di illudere i clienti o i propri capi che il comunicato (che diverrà un articolo) deve essere lo stessa testo in cui ci si parla addosso nel proprio sito.
La sezione dedicata agli errori più comuni è molto accurata. Ognuno dei dieci errori fatali che elencano risuona con esperienze vissute. L’egocentrismo aziendale, messo al primo posto, è la piaga che affligge probabilmente il 70% dei comunicati stampa che si vede circolare. È come se le aziende non riuscissero a capire che il comunicato stampa non è una brochure aziendale mascherata, ma uno strumento di servizio per i media.
Gli errori tecnici che seguono – dai troppi tecnicismi all’eccesso di anglicismi, dalla lunghezza eccessiva ai refusi – potrebbero sembrare banali, ma sono sintomi di una mancanza di rispetto fondamentale per il lavoro dei giornalisti. Quando invii un comunicato con degli errori, stai dicendo implicitamente che non ti importa abbastanza del destinatario per rileggerlo. È un messaggio fondamentale per la tua credibilità.
La parte dedicata alla struttura del comunicato stampa secondo lo stile Associated Press è molto complete. Gli autori non si limitano a prescrivere regole, ma ne spiegano la genesi storica e la ratio comunicativa. La piramide rovesciata non è una convenzione arbitraria, ma il risultato di un’evoluzione iniziata con il telegrafo e perfezionata attraverso decenni di pratica giornalistica.
Particolarmente preziosa è l’analisi dettagliata di ogni elemento strutturale. Il titolo, che deve contenere il cuore della notizia in 8-12 parole, non è solo una questione di sintesi ma di sopravvivenza in un ecosistema mediatico dove l’attenzione è la risorsa più scarsa. Il sottotitolo che funge da teaser, il primo paragrafo che deve rispondere a tutte le 5W+H, i paragrafi successivi in ordine decrescente di importanza: ogni elemento ha una funzione precisa in un’architettura comunicativa raffinata da oltre un secolo di pratica. È un po’ come nella musica: qualsiasi talent scout ascolta l’attacco di una canzone, poi manda avanti e si sofferma al ritornello. Se è convinto, torna indietro e ascolta il resto, altrimenti skippa alla canzone-artista seguente.
La tassonomia delle diverse tipologie di comunicato stampa rappresenta uno dei contributi più pratici del libro. Non esiste un comunicato stampa universale: il comunicato per le agenzie di stampa richiede una sintesi estrema che è quasi arte pura. Quello per radio e TV deve suggerire possibilità narrative e visive. Il comunicato per le startup deve bilanciare innovazione e credibilità. Ogni contesto richiede un approccio specifico, un linguaggio calibrato, una struttura adattata.
L’esempio del comunicato stampa per il crowdfunding è illuminante. Gli autori mostrano come anche le comunicazioni più tecniche e settoriali possano e debbano rispettare i principi fondamentali della notiziabilità e del servizio ai media. Non si tratta di semplificare brutalmente, ma di trovare l’angolo giusto per rendere interessante anche l’informazione più specialistica.
La sezione dedicata alla SEO (oggi attaccata dalle piattaforme di AI, ndr) rivela quanto gli autori siano profondamente connessi con le sfide contemporanee. Non si tratta più solo di scrivere per i giornalisti, ma di comprendere che i giornalisti stessi devono fare i conti con le logiche dei motori di ricerca. Il comunicato stampa 5.0 deve quindi essere doppiamente ottimizzato: per l’occhio umano del giornalista e per l’algoritmo di Google.
Ma è nell’ultima parte del libro, quella dedicata appunto all’intelligenza artificiale, che Brini e Trebbi dimostrano davvero il loro coraggio intellettuale. Invece di demonizzare l’AI o di abbracciarla acriticamente, propongono un approccio sperimentale e pragmatico che riconosce sia le potenzialità che i limiti di questa tecnologia.
Gli esempi pratici di utilizzo di ChatGPT e Google Bard (oggi Gemini) sono illuminanti. Gli autori mostrano come l’AI possa essere utilizzata per velocizzare la ricerca, analizzare le preferenze stilistiche dei giornalisti, generare spunti notiziabili, raccogliere dati di settore. Ma ogni esempio è accompagnato da avvertimenti sulla necessità di verifica e supervisione umana.
Quello che emerge è una visione dell’AI non come sostituto del professionista delle PR, ma come potenziamento delle sue capacità. L’intelligenza artificiale può scrivere un comunicato stampa tecnicamente corretto in pochi secondi, ma solo un essere umano può infondergli quella scintilla di creatività, quella comprensione profonda del contesto, quella capacità di connessione emotiva che trasforma un testo corretto in una storia memorabile.
La riflessione degli autori sul fatto che l’AI sostituirà solo quei comunicati stampa che meritano di essere sostituiti è brutalmente onesta. Se il tuo lavoro consiste nel produrre testi piatti, formali, privi di valore aggiunto, allora sì, l’AI ti sostituirà e farà bene a farlo. Ma se il tuo lavoro è comprendere profondamente un’azienda, trovare le storie che meritano di essere raccontate, costruire ponti tra mondi diversi, allora l’AI diventa un alleato prezioso, non un nemico.
Il concetto di media pitch che gli autori sviluppano merita una riflessione a parte. In un mondo dove l’attenzione è misurata in secondi, la capacità di condensare l’essenza di una storia in poche righe diventa cruciale. Gli esempi di oggetti email efficaci e inefficaci sono dolorosamente accurati. Sette parole ben scelte possono davvero fare la differenza tra l’apertura e il cestino, e gli autori mostrano esattamente come sceglierle.
Quello che mi ha colpito profondamente, arrivato alla fine del libro, è come Brini e Trebbi siano riusciti a coniugare rispetto per la tradizione e apertura all’innovazione senza cadere né nel conservatorismo nostalgico né nel futurismo acritico. Il loro comunicato stampa 5.0 non è una rottura con il passato, ma un’evoluzione naturale che onora i principi fondativi adattandoli alle sfide contemporanee.
Il messaggio finale è potente nella sua semplicità: il comunicato stampa non solo sopravviverà, ma prospererà nell’era dell’intelligenza artificiale e della sovraesposizione mediatica. Ma solo a condizione che i professionisti della comunicazione abbiano il coraggio di evolversi con lui, di abbracciare nuovi strumenti mantenendo saldi i principi fondamentali, di vedere nell’innovazione tecnologica non una minaccia ma un’opportunità.
In un’epoca di fake news, information overload e polarizzazione mediatica, il comunicato stampa 5.0 emerge come uno strumento di democrazia informativa. Non è più solo un veicolo per le ambizioni promozionali delle aziende, ma un ponte essenziale tra la complessità del mondo corporate e il diritto dei cittadini a essere informati correttamente.
Leggendo questo libro, è lecito ripensare a tutti i comunicati stampa scritti nella propria carriera. Quanti rispettavano davvero i principi che Brini e Trebbi illustrano? Quanti erano genuinamente al servizio dei media e del pubblico, e quanti erano invece esercizi di vanità aziendale?
“Forte e Chiaro” non è solo un manuale operativo. È un manifesto per una nuova era delle public relations, un’era in cui la competenza tecnica si sposa con la sensibilità umana, in cui l’innovazione tecnologica amplifica invece di sostituire le capacità professionali, in cui il rispetto per la tradizione convive con l’apertura al cambiamento.
Gli autori chiudono con una visione che è al tempo stesso sfida e promessa: il comunicato stampa 5.0 come ponte tra tradizione e innovazione. Dopo aver letto e riflettuto su questo libro, non posso che concordare. Ma aggiungerei anche che è un ponte tra mondi che troppo spesso si ignorano o si fraintendono: quello delle aziende che hanno storie da raccontare, quello dei media che hanno bisogno di contenuti di qualità, quello del pubblico che ha diritto a essere informato.
In fondo, il vero merito di Brini e Trebbi non è solo aver scritto un eccellente manuale tecnico. È aver ricordato a tutti noi perché facciamo questo mestiere: per connettere persone e idee attraverso storie che meritano di essere raccontate. E in un mondo sempre più frammentato e polarizzato, questa missione non è mai stata più importante.
Bravissimi Valentina e Simone!
Enzo Rimedio

