Avete presente quando guardate una partita dei Mondiali in TV? Immagini assurde, definizione che quasi ti fa sentire l’odore dell’erba bagnata e ogni singola goccia di sudore visibile in un 4K talmente nitido da fare impressione.
Poi, però, aprite Instagram. E cosa vi trovate davanti? Foto sgranate, piene di pixel, roba che sembra letteralmente uscita da una TV a tubo catodico degli anni ’90.
Questa contraddizione, lo ammetto, all’inizio mi ha mandata un po’ in corto circuito. Com’è possibile che, mentre la tecnologia ci spinge verso una perfezione visiva quasi maniacale, sui social facciamo a gara a chi pubblica il contenuto più sfocato, con i colori sbiaditi e quell’estetica analogica che credevamo sepolta?
La verità è che non è solo una fissa nostalgica o un trend passeggero per appassionati di fotografia. C’è sotto qualcosa di molto più profondo, che tocca da vicino il modo in cui comunichiamo e, soprattutto, quello che cerchiamo davvero quando scrolliamo il feed mentre guardiamo la partita.
Mi sono chiesta: perché proprio adesso, nel 2026, con gli smartphone più potenti di sempre in tasca, sentiamo il bisogno di guardare indietro? E, soprattutto, cosa dovrebbero capire i brand e chi si occupa di comunicazione da questa paradossale fame di “imperfezione”?
IL PARADOSSO DEI MONDIALI: SE LA PERFEZIONE ANNOIA, VINCE IL “BRUTTO MA VERO”
Il contrasto è stato assurdo. Da una parte la copertura ufficiale dei Mondiali che puntava tutto sulla tecnologia più estrema: riprese in 4K e 8K pronte a mostrarti ogni singolo dettaglio dei giocatori e del campo. Dall’altra, su Instagram e TikTok, è esplosa la tendenza contraria: un’estetica volutamente “sporca” e low-fi.
L’esempio più clamoroso è stato quello di Michael Olise. Il calciatore francese ha fatto una mossa pazzesca sul suo profilo Instagram: durante il torneo ha cancellato tutti i vecchi post per iniziare a pubblicare solo scatti sfocati delle partite. Sembravano letteralmente foto scattate allo schermo della TV di casa. Immagini fuori fuoco, movimenti mossi che deformavano i corpi, colori sbiaditi e righe di pixel in bella vista. Praticamente un album fotografico dei primi anni 2000.
All’inizio i commenti sotto i post erano del tipo: “Bro, ma hai scattato con un Nokia del 2005?”. Ma poi tutti hanno capito il gioco. Non era un errore, era una scelta stilistica curatissima, creata insieme al fotografo Lukas Korschan. Il risultato? Olise non solo si è distinto da chiunque altro, ma ha guadagnato più di un milione di follower durante la Coppa del Mondo. Una roba che fa riflettere: questa comunicazione totalmente controtendenza ha fatto centro.
E poi c’è la storia di Florence Pernet, una fotografa francese che mi ha fatto letteralmente impazzire. Non avendo l’accredito stampa per entrare allo stadio, non si è persa d’animo: ha deciso di fotografare le partite direttamente dallo schermo della sua TV a tubo catodico.
Invece di nascondere i difetti del mezzo, Florence ha esaltato la grana, i pixel enormi, i colori distorti. Il suo progetto è diventato così virale che persino l’account ufficiale della nazionale portoghese ha ricondiviso un suo scatto vintage di Cristiano Ronaldo. Un contenuto non ufficiale, nato in un salotto, è stato “adottato” dai canali ufficiali solo perché era infinitamente più potente di mille foto perfette a bordo campo.
La domanda sorge spontanea: in un mondo pieno di fotografi professionisti con obiettivi da migliaia di euro che sfornano immagini nitidissime, come ha fatto Florence ad attirare l’attenzione di tutti con delle foto “imperfette”?
Secondo me, la risposta sta proprio in quell’imperfezione. In mezzo a tanta plastica visiva, l’imperfezione ci sembra l’unica cosa rimasta reale.
PERCHÉ CI INNAMORIAMO DEL PASSATO (ANCHE SE NON L’ABBIAMO VISSUTO)
C’è qualcosa di profondo in questo ritorno al vintage che va ben oltre la semplice estetica. Non è solo una moda passeggera: è la risposta a un bisogno che sentiamo un po’ tutti, anche se magari non riusciamo a metterlo a fuoco.
- La fame di autenticità (anche se “progettata”)
Passiamo ore e ore a scrollare feed dove tutto è perfetto, ottimizzato e curato fino all’ossessione. Ogni post sembra studiato per l’algoritmo, ogni foto è passata sotto mille filtri. In mezzo a tutta questa plastica, vedere qualcosa di grezzo, non perfetto e “sporco” ci colpisce subito. È come se quella foto sgranata ci dicesse: “Ehi, guarda che qui è tutto vero, niente trucchi”. Certo, fa sorridere pensare che anche questa imperfezione sia spesso costruita a tavolino con cura maniacale. Ma funziona lo stesso, perché ci regala l’illusione di una finestra aperta sulla realtà, senza filtri patinati.
- L’effetto nostalgia e il mito del “2016”
La nostalgia è un trigger emotivo potentissimo. Richiamare le estetiche del passato – che siano gli anni ’90, i primi 2000 o anche solo di dieci anni fa – ci provoca quel mix strano di dolcezza e malinconia. Tendiamo sempre a ricordare il passato come un periodo più semplice e spensierato (anche se sotto sotto sappiamo che non è così).
All’inizio di quest’anno è esploso ovunque il trend “2026 is the new 2016”: migliaia di persone hanno iniziato a ripubblicare vecchi scatti con i filtri super saturi di una volta, le coroncine di fiori di Snapchat, selfie mossi e meme storici. Ma perché proprio il 2016? Probabilmente perché lo percepiamo come l’ultimo momento di “innocenza digitale”, prima che i social diventassero macchine da soldi giganti, iper-monetizzate e a tratti opprimenti. Guardare indietro ci dà conforto; ci restituisce quel senso di community e spontaneità che oggi sembra quasi perduto.
- Una mini-ribellione creativa
C’è anche un lato di pura ribellione. Quando tutti vanno a destra, c’è sempre qualcuno che decide di svoltare a sinistra. In un’era di schermi 4K ultra-definiti, trovare il bello nella bassa risoluzione è un modo per dire: “Io non seguo il gregge”. Quello che per i tecnici sarebbe un difetto imperdonabile, per noi diventa un tratto distintivo. Specialmente per la mia generazione, scegliere il vintage significa rompere le regole del gioco e chiamarsi fuori dalla gara a chi pubblica la foto più perfetta e performante.
- Il fattore “curiosità generazionale”
La cosa più bizzarra è che una fetta enorme di chi usa i social oggi – la Gen Z e i primissimi della Gen Alpha – molte delle tecnologie del passato non le ha mai viste dal vivo. Per loro, usare un filtro che simula una videocamera VHS o vedere i pixel giganti non è nostalgia: è una scoperta. È un’estetica totalmente nuova e, proprio per questo, incredibilmente cool. Si crea così un corto circuito fantastico: i più grandi provano un brivido di ricordi d’infanzia, mentre i più giovani ci vedono un trend futuristico e fuori dagli schemi.
Dietro l’imperfezione c’è una strategia (ed è geniale)
La cosa che preferisco di tutta questa storia – e che mi fa amare quello che studio – è che dietro questa apparente spontaneità non c’è un briciolo di casualità. È tutta comunicazione pensata a tavolino.
IL CASO OLISE: L’ARTE DEL “FINTO AMATORIALE”
Olise, guidato dal fotografo Lukas Korschan, non ha semplicemente postato qualche foto mossa: ha trasformato il suo profilo Instagram in un vero e proprio progetto artistico. Fare “piazza pulita” del vecchio feed per proporre un’identità visiva così estrema e coerente è una mossa coraggiosa, specialmente per un atleta di quel livello.
Il messaggio implicito che ha mandato ai tifosi era fortissimo:
“Vi faccio vedere il campo esattamente come lo vedete voi dal divano di casa, con la stessa emozione grezza e immediata.”
Ha praticamente azzerato le distanze. Non c’era il filtro del fotografo ufficiale a bordo campo con l’obiettivo da diecimila euro, ma la stessa inquadratura “imperfetta” che farebbe un tifoso qualunque esultando davanti alla TV. Questa finta amatorialità è in realtà una strategia di personal branding sofisticatissima. Lo ha reso unico in mezzo a un mare di profili fotocopia e ha fatto esplodere la sua fanbase.
IL CASO PERNET: QUANDO IL LIMITE DIVENTA STILE
La storia di Florence Pernet, se possibile, è ancora più stimolante. Non aveva l’accredito per lo stadio? Invece di limitarsi a commentare le partite su X come chiunque altro, ha trovato il modo di entrare nella narrazione visiva del torneo da casa sua, a Giulio (anzi, migliaia) di chilometri di distanza.
Il suo lavoro è interessante per due motivi:
- È un atto di ribellione creativa: dimostra che non servono budget stellari o pass VIP per spaccare. Ha trasformato un limite enorme (essere chiusa in salotto) nel suo punto di forza estetico.
- Ribalta la prospettiva: invece di portare lo spettatore dentro lo stadio, ha portato lo stadio nello schermo dello spettatore, celebrando i pixel e le linee di scansione della TV.
Ovviamente questa cosa ha fatto scoppiare un bel po’ di drama tra i fotografi tradizionali. Molti puristi hanno iniziato a fare gatekeeping, dicendo che “ri-fotografare” la regia televisiva non è vera fotografia sportiva. Ma indovinate? Al pubblico non è importato nulla delle polemiche. Le foto erano così potenti che persino la nazionale del Portogallo ha dovuto arrendersi e ricondividere il suo scatto di Cristiano Ronaldo. Quando un contenuto è forte, il sistema non può fare a meno di integrarlo.
LA NUOVA GRAMMATICA VISIVA (FINO A CHATGPT)
Da Olise e Pernet in poi, è stato un effetto domino. Ormai l’estetica low-res è ovunque: foto a 240p, filtri CRT, inquadrature sporche. È nata una nuova grammatica visiva per raccontare i grandi eventi.
E la cosa più ironica? Persino una campagna pubblicitaria di ChatGPT per il fantacalcio ha deciso di usare questo linguaggio, promuovendosi con grafiche ultra-pixelate che sembravano uscite da un videogioco anni ’90. Vedere una delle intelligenze artificiali più avanzate al mondo che si pubblicizza con un’estetica così “antica” fa sorridere, ma dimostra una cosa chiara: nel 2026, per catturare l’attenzione, a volte bisogna saper spegnere la perfezione.
COSA POSSIAMO IMPARARE E COME APPLICARLO
Dopo aver riflettuto su tutto questo, mi sono chiesta: cosa significa concretamente per chi fa comunicazione? Come si traducono queste osservazioni in scelte pratiche?
- Ascoltare cosa dice davvero il pubblico: Ogni trend virale, soprattutto quelli nostalgici, è come un messaggio in bottiglia. Nel caso dell’estetica Mondiali vintage, il pubblico sta dicendo chiaramente: “Vogliamo più semplicità, più emozione genuina, meno artifizi”. Un buon comunicatore deve saper captare questo segnale e calibrare la propria strategia di conseguenza.
- Scegliere l’autenticità rispetto alla perfezione: Un video testimonianza di un cliente girato col telefono e con la luce “sbagliata” può valere molto di più, in termini di fiducia generata, di uno spot patinato con attori e luci da studio. La chiave è bilanciare: costruire dove serve brand safety, lasciare spazio all’umanità grezza dove serve empatia.
- Usare la nostalgia con criterio: Prima di cavalcare il trend vintage, bisogna chiedersi: ha senso per il mio brand? Quale periodo evoca valori positivi per il mio pubblico? Se il target è composto da trentenni, gli anni ’90 o 2000 potrebbero essere il touch point emotivo giusto. L’importante è che la nostalgia non sembri forzata.
- Sperimentare senza paura, ma restando coerenti: Si può provare a pubblicare su Instagram una serie di scatti con filtro analogico, o realizzare un reel con effetto VHS. Ma questi esperimenti funzionano solo se mantengono una coerenza con la brand identity.
- Valorizzare i contenuti spontanei della community: Una lezione dal caso Pernet/Portogallo è che le idee migliori possono arrivare anche dal basso (User Generated Content). Se i tuoi follower stanno già producendo contenuti originali legati al tuo brand in chiave vintage, coinvolgili e ricondividili.
- Andare controcorrente paga: Il marketing spesso si basa su “best practice” da replicare, ma se tutti fanno la stessa cosa, l’impatto si azzera. Osare con un formato fuori dagli schemi è il modo migliore per farsi notare in un feed ormai saturo.
RIPENSANDOCI SU
Guardando a tutto questo, mi rendo conto di quanto sia pazzesco studiare comunicazione oggi. La lezione principale è che l’innovazione non è sempre tecnologica: a volte è un’innovazione di prospettiva. Prendere qualcosa di vecchio e usarlo in un contesto nuovo può essere incredibilmente dirompente.
In un ecosistema dove tutti inseguono la risoluzione migliore, mostrare meno definizione può definire meglio chi sei.
Tutto questo ci ricorda una cosa fondamentale: al centro di ogni strategia c’è sempre l’emozione umana. I trend passano, ma il bisogno di connessione resta costante. E a volte, per creare una connessione vera, è più efficace mostrare una piccola distorsione sincera che un’immagine perfetta ma fredda.
Se per connettersi serve un pixel sfocato invece di un’immagine in 8K, beh… ben venga il pixel sfocato!
Eleonora Rimedio
