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Per favore… non chiamatemi PR: il racconto di un’epoca attraverso gli occhi di chi l’ha vissuta

Per favore... non chiamatemi PR: il racconto di un'epoca attraverso gli occhi di chi l'ha vissuta

Per favore... non chiamatemi PR: il racconto di un'epoca attraverso gli occhi di chi l'ha vissuta

C’è qualcosa di profondamente autentico nel leggere le memorie di chi ha attraversato un’intera professione vivendola dall’interno, giorno dopo giorno, crisi dopo crisi, successo dopo successo. Roberto Stasio, con il suo “Per favore… non chiamatemi PR“, ci regala esattamente questo: un viaggio nel tempo attraverso trentacinque anni di comunicazione d’impresa, raccontati con la leggerezza di chi ha smesso di prendersi troppo sul serio ma non ha mai smesso di prendere sul serio le persone incontrate lungo il cammino.

Ho letto il libro del collega con un’attenzione particolare, quella di chi riconosce nei racconti dell’autore i tratti distintivi di un mestiere che oggi rischia di perdere la sua anima. E proprio per questo ho deciso di dedicargli una recensione che possa restituire ai lettori, tutti addetti ai lavori, tutti consapevoli delle trasformazioni in atto, la ricchezza di un’esperienza professionale che merita di essere conosciuta e, perché no, studiata.

Il titolo stesso del libro rappresenta una presa di posizione netta e al contempo ironica. “Per favore… non chiamatemi PR” non è solo un vezzo stilistico, ma l’espressione di un disagio che molti di noi hanno provato nel corso della carriera. L’acronimo PR, con tutto il suo bagaglio di stereotipi, dalle serate in discoteca all’organizzazione di eventi mondani, dai cocktail con le celebrità alle strette di mano strategiche, non ha mai rappresentato adeguatamente la complessità del lavoro di comunicazione d’impresa.

Roberto Stasio lo dice chiaramente nell’introduzione: la comunicazione era diventata ormai un’esigenza primaria per aziende e persone, con regole e deontologie da rispettare. Il problema era che non esistevano categorie che distinguessero, all’interno della professione, chi faceva cosa. Consulenza e comunicazione d’impresa venivano considerate alla pari con chi si dedicava all’organizzazione di eventi, congressi, catering o serate in discoteca. Essere definiti PR, e i giornalisti ci andavano a nozze in senso dispregiativo, significava non vedere riconosciuta la specificità di un lavoro che richiedeva conoscenze approfondite di bilanci, regolamenti di Borsa, dinamiche settoriali, scenari competitivi.

Uno degli aspetti più affascinanti del libro è la ricostruzione dell’ambiente tecnologico e professionale degli anni Ottanta e Novanta. Stasio inizia a lavorare in Barabino & Partners nel 1989, e ci racconta che il primo PC arrivò qualche mese dopo il suo insediamento in azienda. Prima si usava un sistema di scrittura dell’Olivetti che consentiva di archiviare i documenti scritti ma non di modificarli, ricopiarli o elaborarli.

Non esisteva PowerPoint. Le presentazioni si facevano su lucidi da proiettare sulla lavagna luminosa. Il fax arrivò un paio di anni dopo, e senza quell’invenzione straordinaria i comunicati stampa venivano mandati con fattorini, i pony express, nelle redazioni dei giornali, imbustati e con il nome del giornalista ben visibile perché non si perdessero nel traffico caotico delle redazioni.

Questa ricostruzione non è nostalgia fine a sé stessa. È il contesto necessario per comprendere quanto sia cambiato il mestiere e quanto, paradossalmente, alcuni principi fondamentali siano rimasti immutati. C’era sicuramente più tempo per riflettere, ragionare, confrontarsi con i propri interlocutori perché i tempi erano dilatati per tutti. L’arrivo del cellulare mise fine alla relativa tranquillità, perché a quel punto la reperibilità dall’ufficio e dai clienti divenne quasi totale.

Il libro, fra i vari esempi descritti, attraversa uno dei periodi più significativi della storia economica italiana: la stagione delle privatizzazioni. Era il 1993 quando si avviò il processo di vendita, tramite Offerte Pubbliche di Vendita, di parti di beni posseduti dallo Stato. Le prime aziende oggetto di questo passaggio epocale furono il Credito Italiano, la Comit, Banca Commerciale Italiana, a cui si aggiunsero Autostrade e diverse tranche di ENI ed ENEL.

Per far comprendere agli italiani che possedere azioni di queste aziende poteva essere interessante dal punto di vista del risparmio personale, più dei BOT e dei CCT, furono lanciate per la prima volta campagne di comunicazione e pubblicità che potessero raggiungere larghe fasce della popolazione. In quel momento storico la figura del comunicatore divenne palese e centrale: si comprese che le strategie a monte dovevano essere pensate da soggetti che conoscevano le attività economiche, i bilanci, le dinamiche e i regolamenti di Borsa e Consob.

Non serviva solo la creatività dei pubblicitari, anche se poi i budget da gestire per l’acquisto di spazi erano, allora, decine di miliardi di lire. Stasio ricorda che la sua azienda gestì in quegli anni con successo una dozzina di quelle operazioni, che diedero non solo lustro ma anche risorse economiche importanti per la crescita.

Nelle conclusioni, Roberto Stasio riflette sul senso del suo percorso professionale. “Se c’è una cosa che ho capito in tutti questi anni, è che la comunicazione non è mai solo un lavoro. È una sfida quotidiana, un equilibrio costante tra ciò che si vuole dire e ciò che gli altri vogliono ascoltare.”

Il settore è cambiato profondamente. Il digitale ha stravolto le regole del gioco, il tempo per la riflessione si è ridotto drasticamente e la narrazione ha spesso ceduto il passo alla velocità e alla superficialità. Ma, nonostante tutto, il collega è sempre più convinto che la comunicazione non sia fatta di strumenti, ma di contenuti. È la capacità di raccontare e trasmettere valore a fare la differenza, più di qualsiasi piattaforma o tecnologia.

Leggendo “Per favore… non chiamatemi PR” ho ritrovato molte delle esperienze che caratterizzano il nostro mestiere. La tensione prima di una conferenza stampa importante, la soddisfazione di un articolo ben riuscito, la frustrazione di una crisi gestita con tutte le forze ma che lascia comunque l’amaro in bocca.

Ma soprattutto ho ritrovato quella dimensione relazionale che oggi rischia di perdersi nell’illusione che gli strumenti digitali possano sostituire il rapporto umano.

In un’epoca in cui si parla sempre più di intelligenza artificiale applicata alla comunicazione, di contenuti generati automaticamente, di relazioni gestite attraverso algoritmi, questo libro ci ricorda che il cuore del mestiere resta la capacità di costruire ponti tra le persone. Di dare voce alle idee. Di trasformare i messaggi in relazioni durature.

Grazie Roberto per il tuo libro.

Enzo Rimedio

 

Il ricavato delle vendite del volume sarà interamente devoluto a favore della Comunità di Sant’Egidio per la Scuola della Pace. Un modo per restituire qualcosa di ciò che una carriera lunga e fortunata ha dato all’autore.

 

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