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L’AI Readiness di comunicatori e marketer: siamo davvero pronti o stiamo solo fingendo di esserlo?

L'AI Readiness di comunicatori e marketer: siamo davvero pronti o stiamo solo fingendo di esserlo?

L'AI Readiness di comunicatori e marketer: siamo davvero pronti o stiamo solo fingendo di esserlo?

Quanto siamo realmente pronti, noi professionisti della comunicazione e del marketing, ad integrare l’intelligenza artificiale nel nostro lavoro quotidiano?

Non parlo di usare ChatGPT per farsi riscrivere una mail o generare una bozza di copy. Parlo di qualcosa di molto più profondo, strutturale, che riguarda il modo stesso in cui pensiamo, progettiamo e misuriamo ciò che facciamo.

McKinsey, nel suo report annuale sullo stato dell’adozione dell’intelligenza artificiale, ha messo in evidenza un dato che dovrebbe farci riflettere: la maggior parte delle organizzazioni che dichiara di usare l’AI lo fa in modo superficiale, confinando l’applicazione a pochi casi d’uso isolati, senza una strategia coerente e senza un reale cambiamento nei processi decisionali. Se questo vale per le grandi aziende con budget dedicati e team di data scientist, immaginatevi cosa succede, dove spesso il concetto di “innovazione” si esaurisce nell’adozione dell’ultimo tool alla moda.

Viviamo sicuramente in una fase di “entusiasmo”. Da un lato, c’è un interesse genuino e diffuso verso le potenzialità dell’intelligenza artificiale generativa e i professionisti della comunicazione hanno capito che qualcosa di grande sta accadendo. Dall’altro lato, però, questo interesse raramente si traduce in una comprensione autentica di ciò che l’AI può e non può fare, di come funziona, di quali siano le sue implicazioni etiche, operative e strategiche. Il risultato è un paradosso: siamo tutti entusiasti, ma pochi sono competenti.

La competenza, in questo contesto, non significa saper scrivere un prompt efficace. Significa comprendere i meccanismi di funzionamento dei modelli linguistici, sapere quando un output è affidabile e quando è una raffinata allucinazione. Significa, soprattutto, avere la capacità critica di valutare se e come uno strumento di AI possa integrarsi in una strategia di comunicazione senza snaturarla. In recente articolo sull’Harvard Business Review si menziona che non è vero che l’AI riduce il lavoro, ma altresì lo intensifica, lì dove è ben utilizzato, perché ci migliora. E questo calza perfettamente nel nostro mondo: la cultura dominante nel marketing e nella comunicazione è ancora largamente analogica nel pensiero, anche quando è digitale negli strumenti. L’AI non si inserisce nella catena classica briefing-brainstorming-produzione-distribuzione come un nuovo anello, ma ridisegna la catena stessa. Ed è il punto che molti faticano ad accettare.

Quando parlo con colleghi e clienti, noto che la prima reazione di fronte all’Intelligenza Artificiale è quasi sempre operativa: “come posso usarla per fare più velocemente quello che già faccio?”. È una domanda legittima, ma insufficiente. La vera domanda dovrebbe essere: “Cosa posso fare adesso che prima non potevo nemmeno immaginare?” Questa distinzione non è retorica. È la differenza tra usare l’AI come un acceleratore tattico — scrivo i contenuti più in fretta, genero varianti di copy, automatizzo la reportistica — e usarla come un abilitatore strategico, ripensando radicalmente il modo in cui segmento le audience, personalizzo i messaggi, prevedo i comportamenti, costruisco narrative adattive che evolvono in tempo reale. La differenza tra questi due approcci è abissale, e determina chi, tra noi, sarà ancora rilevante tra cinque anni e chi no. Chi oggi investe seriamente nella propria AI readiness sta costruendo un vantaggio competitivo che sarà difficile da colmare.

C’è poi un aspetto che viene sistematicamente sottovalutato, e riguarda la natura ibrida delle competenze necessarie. Il comunicatore AI-ready non è un tecnico che sa anche scrivere, né un creativo che ha imparato a usare qualche tool. È un professionista che possiede una fluidità intellettuale tale da muoversi con disinvoltura tra pensiero creativo, pensiero analitico e pensiero computazionale. Quest’ultimo non significa saper programmare: significa comprendere la logica con cui le macchine elaborano le informazioni, saper scomporre un problema in componenti gestibili, ragionare in termini di input-output-feedback. È quella forma mentis che ti permette di capire perché un modello linguistico genera un certo tipo di risposta e di progettare workflow in cui l’intervento umano e quello artificiale si alternano in modo sinergico.

Il World Economic Forum ha inserito l’AI literacy tra le skill fondamentali per qualsiasi professionista della conoscenza, non come competenza accessoria ma come prerequisito. E qui si apre un tema enorme: chi sta formando i comunicatori e i marketer su queste competenze? Le università, con poche eccezioni, sono in ritardo. Le agenzie sono concentrate sul fare più che sul capire. I singoli professionisti si formano in modo autodidattico, con tutti i limiti che questo comporta.

Se c’è un aspetto dell’AI readiness che nel nostro settore è trattato con colpevole superficialità, è quello etico. E non parlo dell’etica in senso astratto, ma di questioni molto concrete. Quando un testo generato dall’AI viene pubblicato a nome di un brand, chi ne è responsabile? Quando un sistema di targeting predittivo esclude sistematicamente determinate fasce demografiche, siamo di fronte a una scelta algoritmica o a una discriminazione? Quando personalizziamo i messaggi a un livello di granularità tale da sfiorare la manipolazione, dove tracciamo il confine? Nella mia esperienza, pochissime organizzazioni hanno affrontato seriamente questo tema. Ne ho parlato anche a InspiringPR insieme a tanti altri colleghi.

La corsa all’adozione è talmente frenetica che la riflessione etica viene percepita come un rallentamento. È esattamente il contrario: l’assenza di un framework etico nell’uso dell’AI non è velocità, è irresponsabilità.

Un altro errore frequente è pensare l’AI readiness come una questione individuale. La preparazione del singolo conta, certo. Ma l’AI readiness è anche una scelta organizzativa, che riguarda la leadership di agenzie, reparti marketing, direzioni comunicazione. È il management che decide se investire in formazione o limitarsi a comprare licenze software. È il management che sceglie se riprogettare i processi o semplicemente sovrapporre l’AI ai flussi esistenti. Tutti vogliono essere “AI-first”, ma pochi hanno la struttura, le competenze e la cultura per esserlo davvero.

Il valore della comunicazione risiede nella capacità di creare connessioni autentiche, di dare forma a narrazioni che risuonano con l’esperienza umana. Queste sono attività che richiedono empatia, intuizione, sensibilità culturale — qualità che l’AI può simulare ma non possedere. L’AI readiness matura, quindi, non è quella di chi automatizza tutto ciò che può essere automatizzato, ma di chi sa distinguere con lucidità ciò che va delegato alla macchina da ciò che deve restare saldamente nelle mani dell’umano. Questo discernimento richiede una profonda consapevolezza del proprio mestiere e la capacità di resistere alla tentazione dell’ottimizzazione a tutti i costi, preservando quegli spazi di lentezza, riflessione e imperfezione creativa che rendono la comunicazione umana insostituibile.

L’AI readiness di comunicatori e marketer non si misura nel numero di tool adottati o di prompt padroneggiati. Si misura nella qualità del pensiero critico che sappiamo applicare a una tecnologia che sta ridefinendo i confini del nostro mestiere. Essere pronti significa essere consapevoli: delle opportunità, certo, ma anche dei limiti, dei rischi, delle implicazioni. Significa investire in vera formazione, avere il coraggio di ripensare processi consolidati e la saggezza di preservare ciò che rende il nostro lavoro insostituibilmente umano.

Enzo Rimedio

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